La politica di plastilina

In uno svolazzo di vitalistiche emozioni, citando Neruda, il ministro Mastella ha poeticamente affossato la maggioranza che lo ha eletto e il governo del paese. Deplorando lo stato della giustizia e il fallimento del governo nella questione dei rapporti fra politica e magistratura il guardasigilli del governo Prodi ha preso atto del fatto che la maggioranza che stava abbandonando era senza i numeri (i suoi).
C'era una pubblicità affascinante qualche anno fa: un blocchetto di plastilina si allargava, si stringeva, prendeva forme e colori, si trasformava in animali e oggetti, e da tutto si produceva tutto.
Abbiamo per anni faticato , in tanti, per far crescere l'ulivo, nato per condensare in un progetto comune la frastagliata galassia di quello che allora era il centro-trattino- sinistra. Nonostante inerzie, vischiosità, introversioni la materia dell'ulivo si trasformava, e dal primo movimentismo civile e partecipativo nuove forme si sono prodotte attraverso patti programmatici di legislatura fra i partiti e prefigurando un soggetto più coeso e unito di una semplice coalizione. Questo soggetto politico che nelle attese dell'elettorato si rappresentava tramite l'ulivo, nato per strutturare un bipolarismo maturo e trasparente ha perso per strada quasi metà del centro-sinistra e si è modellato quasi inavvertitamente in un Partito Democratico , prodotto della fusione di due partiti e dei loro apparati, puntello di modelli elettorali proporzionalisti, preda di coazioni anticoalizionalistiche, fonte di instabilità per la stessa Unione che puntellava il suo governo . Il modello iniziale era una democrazia governante e dell'alternanza, oggi la plastilina del PD si afferma vocata all'autonomia maggioritaria ed è più netta nell'escludere impegni programmatici pre-elettorali con gli amici-alleati di quanto non sia decisa a evitare accordi post-elettorali con sconosciuti. L'osmosi con la società civile che rappresentava per l'idea dell'ulivo l'orizzonte di novità di una politica che dilagasse fuori dai recinti dei partiti, sembra rinnegare la pur recente esperienza delle primarie, per quanto limitata essa stessa nella reale competizione. La scelta di negare il proprio interessamento all'Unione, e di affermare la propria impermeabilità ad una strategia di coalizione è stata fatta senza che nessuno degli organismi del partito eletti dalle primarie fosse coinvolto.
Certo che governare con Rifondazione, o con i centristi immoderati, era difficile. Anche perchè era interesse di Rifondazione che il suo destino si separasse dai riformisti trovando elettoralemnte più appagante abbandonare l'impresa comune. Come era costoso il potere ricattatorio dei partitini posizionati a cavallo del centro. Ma era invece interesse degli italiani che andasse avanti l'impresa comune di riportare il paese alla salute del bilancio, ad una redistribuzione dei benefici, ad un proseguimento nella realizzazione del programma. Con Rifondazione e i centristi c'era stato l'accordo sulla finanziaria, l'accordo sul welfare, ma non l'accordo sul fatto che fosse possibile l'accordo? Quello che rende assurdo questo passaggio è che non c'è stato un provvedimento oggetto di scontro.
Certo, se si intrattiene la fidanzata raccontandole il proposito di programmarsi una vita da single e uscire all'occorrenza con chi capita difficilmente si suscita un solido legame. il rischio è che lei ti aiuti a raggiungere da subito quella condizione di beata solitudine che agognavi.

Della segretezza (ovverosia " La massoneria, le liste segrete, e il PD")

Discussione in Commissione Codice Etico del Partito Democratico. Massoneria si o no? Ovverosia: è ammissibile che gli iscritti del PD siano anche affiliati ad associazioni che comportino un vincolo di segretezza o comunque a carattere riservato....
Peccato che oggi come oggi la lista dei votanti alle primarie non sia stata resa pubblica e che neppure i dirigenti del partito la possano consultare ( o meglio: che non tutti i dirigenti la possano consultare)...
Quindi nessuno di noi può sapere se Tizio o Caio, o Ferrara, abbiano votato alle primarie.
A rigore di logica quindi chi si associa al PD non può iscriversi al PD.
Se invece si introduce un bell'emendamento che prevede che chi si iscrive autorizza la pubblicazione del proprio nome e si rendono trasparenti gli elenchi forse qualche apparato perde una rendita e una capacità di manovra in più, ma si fa un ottimo servizio al partito.
Altre proposte che ho fatto: non solo si deve evitare l'uso di risorse pubbliche messe a disposizione da eventuali incarichi istituzionali per uso personale, ma anche a uso del partito. La commistione fra partito e istituzioni è una delle cose che i cittadini ci perdonano meno: vedere funzionari pubblici pagati dai contribuenti che (esclusi quelli messi a disposizione dei gruppi politici) “lavorano” per un partito o per una sua corrente è urtante.
C'è poi un comma che preclude agli eletti e amministratori incarichi in partecipate, società pubbliche ecc... Ottimo, ma perchè ai dirigenti di partito sarebbe permesso? Ho visto i segretari comunali e provinciali “fedeli” del mio partito premiati con incarichi bene e a volte ottimamente remunerati. peccato che poi rendano conto, anziché a chi li ha eletti, a chi li mantiene e siano tentati di comportarsi come fattore del padrone.
Infine l'obbligo per eletti e amministratori di rifiutare regali che eccedano l'uso o la cortesia: ma se a qualcuno paresse cortese farsi pagare il matrimonio della figlia ? Meglio quantificare, come ha fatto il governo, che ha fissato in 300 euro il limite consentito.
Ultima domanda: perchè il segretario nazionale del partito è by default destinato a candidarsi a capo del governo, e il segretario regionale o provinciale non può candidarsi nel rispettivo livello?
Qualche dubbio mi nasce, ma lo rimando ad una discussione su Pd e Ulivo, e vocazione coalizionale.

Buon 2008...

Tempo di Natale, tempo prezioso, per credenti e non, per sbucare per un attimo dal contingente e immergersi nei tempi lunghi, per soppesare le incombenze quotidiane, e ricollocarle al loro posto, secondo il loro peso reale, anziché quello apparente che ci abbaglia giorno per giorno.
Fine anno di bilanci, per quanto una strategia di sistematiche distrazioni attiri l'attenzione sullo spumante, cenone e biancheria rossa anziché sullo scorrere più gentile o più feroce del tempo.

Quello che è difficile è far passare questo anno politico italiano dalla cronaca alla storia, puntellato fino alla fine di piccoli capricci, mediocri giravolte, esibizioni di rospi che si gonfiano il petto e di comunisti faccia da cachemire che dai salotti minacciano la rivoluzione contro il palazzo del proprio governo. Forse dovremo aspettare che qualcuno sui libri di storia ci racconti la fatica ostinata di una navigazione per riportare il paese, il suo debito, il suo futuro su una rotta ragionevole mentre nella ciurma c'è chi gioca a ingrovigliare le corde e annuncia quotidianamente il naufragio.

Nel 2007 abbiamo fatto il PD: bene, era l'ora.
Meglio che restare con due partiti sempre occupati a dividersi o a dilapidare eredità elettorali del secolo scorso. (Senza peraltro intestarsi l'eredità di debito pubblico, amministrazione pubblica inefficace, arretratezze...).
Ma è peggio, e in alcuni casi molto peggio, di quello che abbiamo cercato di costruire per una dozzina di anni.
Il lavoro sullo Statuto procede verso un compromesso fra chi dice che sono le tessere a dover controllare il partito (perché controlla molte tessere) e chi vuole il richiamo tramite le primarie a tutti i sostenitori (anche se gli stessi quando le primarie ci sono state hanno preteso ordini di scuderia e una vera gara è stata accuratamente evitata..).
Nei comuni, nelle province, nelle regioni si combattono, spesso senza bandiere, quelle guerre per segnare il territorio che non si sono fatte sulle questioni di principio quando c'era lo spazio democratico delle primarie per gestirle. I processi democratici sono un grande metabolizzatore di conflittualità, riportando dentro ad un gioco collaborativo le differenze e le competizioni. Eludere il confronto democratico esplicito, come è stato fatto troppo spesso in nome di unanimismi falsi, lascia scivolare le tensioni e la voglia di misurare il proprio peso politico in una eterna guerriglia fra bande.

Però un'indagine che forse non tutti i vecchi dirigenti hanno letto ci dice che un quarto degli eletti nelle assemblee con le primarie non viene dai due vecchi partiti, e la stessa militanza consolidata è ancora spesso ricca di generosità e impegno autentico. Quando mi guardo intorno ho l'impressione che più si esce dal cerchio stretto dei capi e capetti delle correnti più si rafforza la sensazione che un altro modo di intendere il partito sia possibile. Allora, buon 2008.

Una sera a Gubbio ho incontrato il PD

In molti mi chiedono, con premura e preoccupazione, "come sta il PD", e eventualmente anche dove sta, cosa fa, dove si può andarlo a trovare.... Come per un caro amico la cui condizione desta qualche timore, ci informa senza alzare la voce, ma con un pò di ansia.
Notizie non ottime sono pervenute qualche giorno fa sotto la forma di due elezioni per i segretari provinciali, giocate in Umbria sulla conta fra fronti indefiniti ma bellicosi, senza risparmio di doppi giochi, travasi di voti all'ultimo minuto, tranelli e tradimenti. Ma caduto l'interesse per le elezioni dei segretari provinciali che pare concluderanno la loro stagione a febbraio nel momento dell'elezione dei segretari provvisori, tramite votazione dal basso, che a loro volta lasceranno il posto ai segretari definitivi con i congressi....
Esaurito lo strascico polemico e ridistribuite pacche sulle spalle fra vinti e vincitori, il PD è di nuovo sparito dai giornali.
La mia attenzione per "Chi l'ha visto" è molto limitata, ma anche li pare non fossero riusciti a rintracciarlo.
Finalmente ieri sera ho avuto la fortuna di incontrarlo a Gubbio. Davanti ai miei occhi stupiti si è materializzato un partito vero, riunito a discutere senza gerarchie, rituali, recinti. Il mio ruolo era quello di riportare i contenuti della commissione sul Codice Etico, cosa che ho fatto cercando di sintetizzare un dibattito ricco di idee e molto vivace. Ma altrettanto libera e densa è stata la discussione che è nata a Gubbio. "il PD è nato in un momento di difficoltà, di disperazione, anche ad opera di chi non ci ha mai creduto, per il terrore di gruppi dirigenti consolidati di essere messi fuori dal gioco. ma questa è l'ultima occasione, e così il partito non vola" , è stato detto. qualcuno ha proposto che non solo non sia candidabile chi ha precedenti penali, ma anche che si blocchino i passaggi da un partito all'altro, spesso premiati con immediati salti di carriera. "certo, anche fissare regole è difficile, le regole sono strumenti in vista di un fine, non sono sempre un bene in sè." E poi invece da altri una richiesta di assoluto rigore sulle norme, come reazione ad una situazione non più sostenibile, sull'esempio della regola molto drastica sulla presenza delle donne al 50%, che ha avuto un effetto di rottura. In molti hanno sostenuto la richiesta del no a più di due mandati, e in generale norme che limitino il professionismo politico: "non dovremmo permettere a chi non ha un mestiere di candidarsi," e poi la necessità che chi fa politica "renda conto". in alcuni interventi si è sottolineato il valore culturale, e anche educativo di un Codice Etico. Ma viceversa emerge anche il timore che si fissino principi a cui non corrispondano norme oggettive e sanzionabili, deludendo con dichiarazioni e proclami poi disattesi una cittadinanza già diffidente e sfiduciata nei confronti della politica.

Un Codice Etico per il PD: la politica ha bisogno di ossigeno

Nella stanza dell'hotel di Roma dove si insediano le Commissioni del Partito Democratico i faretti incassati diffondono un debole chiarore, e i vetri sigillati e schermati da pesanti cortine ci isolano da una splendida giornata di sole. Dopo qualche ora di discussione sul Codice Etico manca oltre alla luce anche l'ossigeno, ma non una buona atmosfera politica. E' iniziato con una ottima introduzione di Veltroni che però si è chiusa con la sua proposta secca e non votata a scrutinio segreto per il presidente e il relatore della commissione. Sono sempre i dispositivi finali che bloccano la digestione. Anche perchè Mattarella presidente e la Lucidi relatrice si meritano una elezione vera, spontanea e condivisa.
Il dibattito è serrato, e, salvo qualche raro perdigiorno che avrebbe potuto astenersi, molto importante nei contenuti.
Veltroni ci ha detto che il partito deve nascere con i caratteri della disconrtinuità, all'insegna della sobrietà, della misura, segnando chiaro il limite della politica, che troppo spesso è invasiva. Ha auspicato che il PD sia una casa di vetro, in tutte le direzioni e tutti i comportamenti. Ha detto che troppi vivono di politica e che dobbiamo stabilire regole comportamentali senza retorica e senza demagogia.
E' molto che penso a queste regole, e ai mali della politica.
E mi domando quali regole possano contrastare per esempio le distorsioni nella selezione di un ceto politico che si struttura per fidelizzazioni, premiando istinti gregari, anziche la capacità di rappresentanza e di operare. Sapendo che si fa carriera nei partiti e nelle istituzioni non appoggiandosi alla base, ma afferrandosi al vertice. che quelli che decidono sono i capi e la virtù cardine è l'ubbidienza.
E quali regole ci salvino dal consenso clientelare, dalle tessere e dai voti che compensano favori per pochi anzichè diritti per tutti. Non solo dal voto legato alla malavita, ma anche da una immissione di malapolitica feudale, di moneta falsa, che scaccia la moneta buona. Perchè se un assessore o un ministro compensa con fidelizzazioni personali i suoi interventi non solo governa male e distoglie risorse di tutti dal bene comune, ma mette fuori mercato chi fa politica onestamente.
E quali regole possono guarire le compenetrazioni fra partito e istituzioni e mondo economico e finanziario "simpatetico"? Il costo della politica non è solo lo stipendio (troppo alto) del parlamentare, ma anche lo stipendio dell'ex-deputato piazzato alla controllata o all'agenzia che non sta li per merito e salvo eccezioni non svolge efficacemente il suo ruolo facendo perdere risorse e risultati.

hanno votato in tre milioni e mezzo, perchè non far votare anche i 2800 costituenti?

Abbiamo fatto votare tre milioni e mezzo di persone, forse, con un po’ di impegno, avremmo potuto farne votare 2800…
Non mi è piaciuta per niente la chiusa della assemblea costituente di Milano: allora come si fa con un filmino venuto male, provo a rifare la fine come piace a me:
“il dispositivo conclusivo è l’unica cosa che veramente si va a decidere, perché il segretario sarà solo proclamato essendo già stato deciso dal numero di delegati che ha portato a casa. Allora, con eventuali contatti informali e condivisione con gli altri candidati, Veltroni scrive le sue proposte, da mettere al voto dell’assemblea. Un bel po’ di giorni prima le diffonde via stampa (ci sono ben due giornali di partito..) e via internet. Se ne discute in rete, sui territori, i delegati tastano le opinioni e le sensibilità dei loro elettori sui temi in gioco, e vanno preparati a Milano, con le idee chiare e un mandato democraticamente costruito. Veltroni motiva e sostanzia le sue proposte nell’intervento iniziale, segue dibattito su ciò che si va a definire, Veltroni replica, come suo diritto e dovere, si allestiscono una ventina di cassette con schede e i delegati votano. Non è fantascienza, si poteva fare, e non è neanche perfezionismo, direi che sarebbe stato la condizione minimale di agibilità politica per qualunque associazione che si dica democratica, immaginiamoci per un partito che vuole essere un partito nuovo….”
Invece una frettolosa indistinguibile litania di documenti mai visti e sentiti ha sorpreso i candidati mentre, finita la replica di Veltroni (ma a me è parso un secondo discorso iniziale, di differente caratura rispetto al primo) si affrettavano a riguadagnare i loro troller e la via di casa.
E’ vero che fra i nomi scelti per le commissioni c’erano anche, con relativa pesatura, nomi di bindiani e di lettiani. Ma la Bindi, ricevuta la richiesta di dare indicazioni di persone da lei ritenute valide per le commissioni si è presa la briga di confrontarsi per ore con tutti i suoi delegati, gestendo una faticosissima discussione in cui tutti hanno avuto diritto di parola. E il resto, da dove è saltato fuori? Che risposte sono emerse alle richieste emerse nel dibattito?
Che ruolo avrà questa costituente? Come eserciterà la sua responsabilità?

auguri

Il gossip giornalistico politico-pettegolo ha subito sparato pagine di grafici con la suddivisione, oltre che per candidati alla segreteria, anche per correnti di appartenenza, degli eletti nella Assemblea Costituente del PD.
L’uscita di Fioroni sul fatto che i “cattolici” sarebbero la metà ( e lui il loro vate?) ha solleticato ulteriormente la curiosità sulle parrocchie di appartenenza dei delegati.
In effetti l’ampiezza dei risultati delle liste per Veltroni è stata proporzionalmente prodotta dalla presenza nelle liste a lui intitolate di diverse componenti, che si sono scientificamente (per quanto caoticamente, e in liti feroci…) divise le prime file, poi le seconde, e così via. La competizione di liste come quelle della Bindi ha sicuramente imposto, per non mettersi in cattiva luce con l’opinione pubblica, un elemento di società civile in più e un arretramento della “casta”. Ma resta il fatto che le correnti dei vecchi partiti hanno fatto le liste e ci si sono rappresentati territorio per territorio con i loro pesi.
Quindi, a parte le quantificazioni approssimative dei giornali è però certo che fra i veltroniani Veltroni non detiene la maggioranza. Chi è andato a votare ha eletto Veltroni segretario, ma per farlo ha anche eletto delegati dalemiani, fioroniani, rutelliani, dalemiani con ascendente bersaniano, ambientalisti realacciani derealaccizzati, vecchi giovanilisti melandriani, fassiniani doc…. Chi lo dice, a priori che le due cose coincidono, coincideranno? Nelle vecchie primarie del 2005 si votava solo un leader da schierare contro il centrodestra. Stavolta gli apparati hanno voluto che il biglietto per la segreteria del partito fosse per comitiva, e che il futuro capo viaggiasse accompagnato.
E, tanto per citare, chi difenderà Veltroni dai veltroniani?
Chi si è battuto per un partito democratico davvero deve buttare le sue energie verso chi spinge per un partito dal basso, partecipato, rinnovato. Deve battersi per costruire uno strumento di politica buona, assieme a chi ci sta.
Avrà il coraggio Veltroni di usare la forza dei tre milioni di voti per trascinare il PD a cambiare il modo di intendere il partito e i rapporti fra partito e società?
Se riesce a non galleggiare sui conservatorismi delle correnti e evita di intestarsi un cambio di leadership anziché una svolta di rinnovamento ci saranno certo molti più veltroniani di quanti non ne abbia messi in lista. Auguri.

day after

E’ interessante guardare la gente che va a votare alle primarie. C’è chi si è letto tutti i giornali da mesi e chi arriva con il “santino” in mano e si stupisce se non gli timbrano il certificato elettorale. Ma è comunque un gesto di rispetto e di cura per la democrazia. Adesso i commentatori si domandano che farà Veltroni con questa gigantesca forza che i tre milioni e passa di elettori gli hanno dato. Come conviverà con un governo presieduto da Prodi proprio in grazia dei tre milioni (in buona parte forse gli stessi) di cittadini che lo lanciarono per una legislatura. Oppure si domandano come sistemerà i baroni delle correnti, che hanno sotto il suo nome incasellato i nomi dei loro rispettivi fiduciari in esatte e bilanciate proporzioni e indicato, con identica ben soppesata spartizione, i segretari regionali.
Eppure ho l’impressione che nulla sarà come prima.
Anche se l’effetto novità delle candidature alternative è stata molto contenuto da un fuoco di fila che in Umbria ha visto impegnati a contrastare Bindi e Letta non solo i due partiti con i loro eletti, ma le amministrazioni con sindaci, presidenti, assessori con le stesse prassi di difesa della linea del partito che di solito si usano nelle elezioni contro la destra.
Noi candidati con la Bindi abbiamo salvato una presenza testimoniale fra i delegati, ma indeboliti da un regolamento che avvantaggia le liste forti a scapito di quelle piccole (chissà che idea di partito ha il testa chi attribuisce i delegati con sbarramento ed effetto simil-maggioritario, per una assemblea costituente…).
Eppure non sarà come prima.
In gran sintesi quello che abbiamo rimproverato a Veltroni è stato di essere troppo poco Veltroni. Gli ulivisti, quasi a guisa di ultra-veltronisti avrebbero voluto un veltroni meno de-veltronizzato dagli apparati schierati a difesa della loro conservazione. (So che la gente ci odia quando parliamo così della politica, ma forse il linguaggio con cui si parla di calcio è meno tecnico e meno iniziatico? Non so spiegarmi altrimenti..).
Allora, le cose non saranno più come prima perché essendo entrate la metà di donne si respira aria nuova, perché si decidono assieme le regole del nuovo partito, perché nelle liste c’erano rappresentanti della società civile, perché le primarie stanno diventando una prassi quasi irrinunciabile.

ringraziamenti, a prori

Breve pausa a due giorni dal fatidico dì delle primarie, breve intervallo, come al centro di un ciclone. Allora vorrei che la pausa diventasse respiro, e il respiro riflessione a priori, prima che i risultati di domenica suggeriscano altre letture di questa impensabile impresa.
All’inizio, un inizio recente, recentissimo, collocato fra luglio e agosto, la sensazione era di dover fare, anche in isolamento e solitudine, quello che era giusto dover fare: testimoniare la propria libertà di scelta, la propria capacità di esercitare un diritto, la propria dignità di cittadino che di fronte ad una votazione esige di potersi determinare in autonomia. La scelta mia era stata di sostenere la candidatura di Rosy Bindi, ma sapevo, e ho sempre più verificato, che mentre i partiti lanciavano la competizione nello stesso tempo accumulavano ostacoli e appesantivano la corsa dei candidati che non erano circonfusi della gloria del prescelto.
Eravamo pochi e molti dei pochi si perdevano per strada intimoriti, minacciati a volte.
Ma il gruppo si allargava comunque, gli esitanti si entusiasmavano, i perplessi si mobilitavano. Quando ho chiesto a Serena Innamorati, donna Ds, coordinatrice delle donne Ds, di essere il nostro candidato alla segreteria regionale ed è stato accettato da lei e all’unanimità dal nostro comitato, nelle liste per Veltroni il caos era totale: e il nodo della loro candidatura veniva tranciato a Roma, in nome di equilibri da ricomporre, con un nome inizialmente improbabile.
Abbiamo presentato le liste, e si allargava la squadra. Abbiamo parlato, telefonato, incontrato e ancora eravamo sempre di più.
Un pezzo di partito democratico è nato così, non per assemblaggio di correnti, ma per incontro di persone. Nessuno si è messo in gioco chiedendo garanzie, trattando collocazioni future, tramando congiure e aggressioni.
Io, senza sapere se vinceremo o perderemo, quale sarà il risultato che porteremo a casa, quale risultato cioè di energie, consenso, partecipazione porteremo alla casa comune del Partito Democratico, io vorrei ringraziare tutti quelli che hanno lavorato con me, con noi, perché una grande vittoria l’abbiamo già gustata: la voglia di fare una buona politica, condividendo motivazioni comuni, costruendo uno spazio aperto alla gente e nello stesso tempo denso di proposte e di prospettiva. Vorrei ringraziare l’ostinata, coraggiosa Rosy che ha rotto l’incantesimo delle primarie addormentate e ha messo a disposizione della costituzione del partito il suo bagaglio di intelligenza e di serietà.
Saremo esigenti con il Partito Democratico, a nome dei cittadini che chiedono alla politica di cambiare. Ai cittadini chiediamo di non disperdere la rabbia in frustranti recriminazioni, ma di racchiuderla in un voto per le nostre liste. A chi ha da tanto, da sempre teso alla meta dell’Ulivo chiediamo di non scandalizzarsi se il principe sembra a volte tramutarsi in rospo. Anche il loro voto serve a cambiare in meglio, a fare un passo in più. Auguri, a domenica.

la marcia per la pace. con corollario sulla leggibilità della politica.

Marcia della pace Perugia Assisi. Come ogni volta, ma oltre ogni ritualità, la macchia colorata, più rossa, quest’anno, di rosso birmano, scende per san Girolamo, si dipana più ampia per ponte san Giovanni mescolandosi ai curiosi, si allunga verso Collestrada e Bastia, e poi prosegue per Assisi. I miei figli sono fra gli scout, o con i loro compagni. Dai gruppi con le bandiere, con striscioni, con gli arcobaleni al collo spuntano le facce di amici, quelli di tutti i giorni e quelli persi di vista da anni. Ad ogni riconoscimento la marcia sembra prendere ancora più colore. Più allegria per me.
Cammino con Rosy Bindi, appena si libera dall’assedio delle televisioni che l’hanno assaltata al suo arrivo, ma le chiacchiere sono brevi, interrotte da continui saluti, strette di mano, incitamenti. La fermano, la fotografano, la intervistano. Tanti sostenitori, tanti candidati per lei ci tengono a farsi avanti, ad abbracciarla, a darle in due parole conto del loro impegno al suo fianco.
Il fatterello: a Ponte san Giovanni ci raggiunge trafelato il giornalista di rai Tre che vuole la sua intervista, ma il cameraman faticava a correre ed è rimasto indietro. Ma è difficile fermare la Bindi (lo sa Veltroni..) e lei scalpita per procedere. Allora il giornalista propone una sosta veloce nella ottima pasticceria che sta dieci metri prima, dove ci trascina e ci offre un caffè collettivo. Due minuti e ci raggiunge quello con la telecamera e l’intervista viene ripresa.
L’interpretazione: il giorno dopo in giunta un mio illustre potente collega racconta di come la Bindi a Ponte san Giovanni, individuata una televisione, si sia fatta il corteo avanti e indietro fino a riuscire a farsi riprendere.
La meditazione: ci penso da tempo, con dubbio e sconforto. Faccio politica, esercito una funzione di amministratrice in rappresentanza dei cittadini. Dovrebbero valutarmi, giudicarmi, dovrebbero sapere quello che faccio, quello che realizzo. Ma quello che sanno non ha quasi niente a che fare con la realtà effettuale in cui opero. Non conoscono le difficoltà in cui mi muovo, non sanno i giochi di potere fra cui devo districarmi. E non sanno cosa e come sono riuscita a fare. Quello che sanno è la mia faccia, qualche comunicato che passa sui giornali, ma io so cosa c’è dietro a tante facce, e dietro a tanti comunicati e non è quello che sembra. Quello che conoscono i cittadini sono le battute sul giornale locale, sulla rubrica di frivolezze politiche, suggerita di volta in volta da qualche noto anonimo.
E lo stesso vale per altri, dai piccoli impegni ai grandi incarichi. Di un ministro del tesoro che risolleva l'Italia dai debiti sui gionali esce per paginate intere ironia e la dotta disquisizione sull'effetto che possa avere sul paese l'uso della parola "bamboccione". Politici che come ministri affogarono il paese nei debiti sono tuttora presentati come campioni di alta strategia.
Ecco perchè il politico ideale è quello che fa proclami e non quello che governa.
Ecco perché poi dicono che i politici sono tutti uguali, perché in politica non vengono quasi mai separati il grano dalla zizzania.
Ma come fare a rendere trasparente, a rendere leggibile la politica? Siamo veramente destinati ad una politica di effetti speciali? E noi che stiamo faticosamente costruendo il nuovo partito, il partito democratico, siamo destinati ad imitare il partito-show dove vince chi sa tenere la scena?

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