verso le primarie

A distanza di dieci giorni dalla scadenza per la presentazione delle liste per le primarie gli elettori umbri non sanno ancora quali liste troveranno sotto il nome di Veltroni. Le scadenze tecniche, previste per la sistemazione di eventuali errori formali, i tempi dei ricorsi, sono stati ancora utilizzati per trattative di sostanza sulla collocazione in lista di alcuni nomi. Candidati senza accettazioni recuperate dopo, ma anche candidati inclusi nelle liste contro la loro volontà e depennati con conseguente rimaneggiamento delle liste. Un pasticcio incredibile che ha dimostrato la assoluta non governabilità di conflitti e tensioni indecifrabili se non come scontri di pezzi di apparati, come contrapposizioni fra poteri .
A distanza di dieci giorni dal voto non riesce a passare un messaggio chiaro e plurale di appello al voto, di sostegno alla partecipazione.
Da una parte una carenza di pluralismo e di confronto, fra rappresentanti dei diversi candidati, e nel momento in cui la scelta è consegnata agli elettori, dall’altra parte una carenza di sintesi, per cui sotto la stessa bandiera si schierano non mediati e ricomposti istanze, interessi, correnti, proposte fra loro configgenti.
A San Giovanni Valdarno l’incontro dei candidati della Bindi con alcuni testimonial forti, Nando dalla Chiesa, Giovanni Bachelet e tanti altri a comunicare un senso del fare politica autentico che non dovrà essere abbandonato quando si uscirà dalla corsa per le primarie e ci si misurerà nelle vicissitudini del partito.
Lunedì primo ottobre abbiamo accompagnato Rosy Bindi in giro per l’Umbria: Orvieto, Terni, Perugia. Un giorno e mezzo per organizzare, la difficoltà a uscire sui media con le notizie, le organizzazioni dei partiti che giocano contro, eppure ci siamo ritrovati le sale piene, ogni volta. E tanti incontri sui territori sono in corso, si svolgeranno fino al 14. Lo spazio aperto dalla candidatura della Bindi è un varco aperto ad una partecipazione che vuole cambiare il modo di fare politica, non assemblando pezzi di apparati o correnti, ma facendo appello alle persone nella loro motivazione ad una buona politica.

la notte bianca (dramma teatrale, ovviamente immaginario)

Alle tre di sabato 22 settembre due linde cartelle contenenti i moduli debitamente numerati delle liste, delle firme di presentazione, delle accettazioni ecc.. vengono consegnate all’ufficio competente, nella sede Ds, dal comitato Bindi dell’Umbria, che si avvale della potente organizzazione di qualche cellulare, l’uso eventuale di una sala pubblica per gli incontri , di sporadiche e parche uscite sui giornali per lo più occupati a seguire le coltellate fraternamente distribuite fra i sostenitori delle liste doc. Il comitato suddetto non ha litigato, non si è lacerato, non ha scomunicato o proscritto nessuno. La assoluta mediocrità di tanta armonia e giocondità ha annoiato i media che si sono rivolti altrove alla ricerca di brividi.
Compilate le ricevute, verificata la regolarità degli incartamenti il comitato Bindi esce di scena.
Compaiono allora sulla scena gli attori della famosa notte bianca veltroniana. Nelle diverse stanze i vertici dei due Grandi Partiti inscenano drammatici confronti di differenti posizioni: la posizione del primo di lista, della seconda della prima lista, del primo della seconda, della donna che segue l’apertura maschile della terza lista ecc…Tutti affratellati dalla militanza per lo stesso candidato si contendono la fatica di battersi nelle sue liste, a maggior gloria del PD. Man mano che la notte bianca si allunga il dramma acquista forza: sdegno e ira, menzogne e sortilegi, strepiti e minacce movimentano il copione, la tragedia sale sale di tono, ma non riesce a concludersi in un atto finale. Passa la mezzanotte, scadono i termini per la presentazione delle liste, ma ancora l’ordine delle fila non è composto. . Finalmente ecco le liste, vengono portate all’ufficio. Ma ecco che scarmigliata e urlante la vestale del misterioso nume nega l’apparentamento, e rivela che quelle liste che aveva dichiarate suo parto, viscere delle sue viscere, in realtà non lo erano. Anche la stessa vestale è in realtà orfana, nessuno sa di chi sia stata figlia la sua candidatura a segretaria regionale: un messo da Roma l’aveva annunciata al popolo e tutti erano ammutoliti. Ma adesso è lei che rinnega il suo imparentamento con le liste. Come in tutti i grandi drammi si scopre che la madre non era madre del figlio e che il figlio non era figlio di nessuno.
Si mette agli atti che le due liste che annoverano gli infidi baroni sono orfane. Ma ancora qualcuno porta un’altra lista di liste, e la confusione sale: foglietti, messaggi, pizzini, listarelle, scontrini anonimi ingombrano la scena politica e risuonano fiere e vibranti le ingiurie e i colpi ben assestati fra i veltronini ansiosi di arruolarsi in prima fila.
Solo il saggio tribunale dell’Utar potrà dirimere le contese e ci si appella al suo verdetto. La scena si svuota alle quattro del mattino, lasciando sparpagliate al suolo liste senza candidati, candidati senza liste, candidature senza accettazioni, e accettanti non candidati. La segretaria che disconosce le liste dei conti ribelli e i conti ribelli che cominciano a conoscere la segretaria si avviano mestamente verso casa. Chi ha detto che il partito nasceva per contaminazione non ha specificato per quale tipo di morbo.

minorenni, o cittadini adulti? la laicità e il partito


Si stanno formando le liste, le nostre per Rosy Bindi, promosse in iniziative pubbliche il 15 settembre, le altre in gestazione ( dove, da parte di chi, come ?). Ognuno di quelli che partecipano alle liste per la Rosy Bindi è coinvolto in base ad un convincimento personale: non siamo un raggruppamento di correnti. Nessuno di noi ci è ritrovato perché gli hanno detto di farlo.
In questi giorni sperimentiamo quanto la politica sia malata di conformismo: naturalmente non contesto il fatto che ci siano persone che aderiscano con convinzione a candidature o liste diverse dalla mia. Mi riferisco al fatto che raccolgo quotidianamente confessioni di disagio, sconcerto, insofferenza rispetto a decisioni subite, criticate, ingoiate a forza e nello stesso tempo l’ammissione che comunque si ubbidirà alle “indicazioni” del proprio partito o della propria corrente.
La democrazia, ai diversi livelli, è supportata da un apparato formale di norme strutturate per permettere l’espressione attraverso il voto della volontà popolare , ma se non è animata da una convinzione diffusa di libertà e responsabilità personale si vanifica in un esercizio di dipendenza. Si possiede lo strumento della democrazia, ma non lo si usa fino in fondo.
Ci sono situazioni politiche in cui bisogna fare quadrato: in un sfida con la coalizione alternativa, di fronte ad un avversario elettorale non sono ammessi distinguo. Ma non sempre in politica può prevalere il criterio della compattezza, prima di tutte le mediazioni e prima delle concessioni alla linea comune c’è l’esercizio della libertà personale, e del giudizio personale.
Ci sono situazioni politiche in cui ci si adegua a decisioni prese dall’alto.
Ma guai se la politica avesse sempre un moto decisionale che va dall’alto in basso. Qualcuno si è felicitato qualche mese fa di fronte alla fermezza con cui alcuni credenti hanno rivendicato la loro condizione di “cattolici adulti” e quindi la volontà di decidere in coscienza su alcune materie anche in contrasto con indicazioni gerarchiche. Ma avremmo bisogno anche di “cittadini adulti” che sappiano uscire dalla “colpevole minorità” (per dirla con Kant…) di chi si lascia comunque guidare da altri, dal partito, dal capo corrente, per assumere invece in proprio responsabilità e valutazioni, almeno su scelte opinabili ed aperte.
Mi domando se quella laicità che viene invocata nei confronti della Chiesa non sia poi dimenticata quando si tratta di seguire le indicazioni di un partito….

Il maggioritario ci ha condotti ad una compattezza bipolare cui non eravamo abituati, accentuata dalla degenerazione della legge elettorale da tutti criticata, ma ampiamente goduta per imporre candidature. Tutti per uno e uno per tutto. Ma quell’uno lo dobiamo scegliere prima tutti…
Ci vogliono quindi le primarie, per le figure apicali, per le decisioni sui candidati.
Ma ricordiamoci soprattutto che il 14 ottobre più che mai, non stiamo scegliendo un sindaco o un presidente, ma fondando un nuovo partito. L’idea che neanche in questo passaggio di tipo fondativi possa esprimersi la responsabilità personale, la convinzione di ciascuno, sottende l’idea che c’è uno scontro fra corpi estranei all’interno del quale bisogna difendere la propria posizione, per cui il partito nasce da una composizione di blocchi separati. Questo scontro non è uno scontro di idee: gli ex-popolari più identitari e antiulivisti che fanno quadrato attorno a Veltroni contro la Rosy Bindi, i diesse dell’Umbria che si schierano con un candidato margherita che amministrava dalla parte di Berlusconi mentre loro resistevano, resistevano, resistevano…
Quindi nasce il sospetto che non si stiano confrontando idee, ma traslazioni indolori di apparati e posizionamenti di corrente.
Viceversa la nostra sarà forse una nuotata controcorrente, minoritaria. Ma chiara, serena, costruttiva.
Noi vogliamo portare una caratura speciale. Un partito che respira, in osmosi con la società.
-Una richiesta di buona politica. Una politica più densa di risposte e più leggera di costi e privilegi.
-Fermezza nel rispetto del mandato degli elettori, che hanno votato una coalizione ed un programma. Il conio lo cambiano le elezioni, lo stampano i cittadini.
-Un metodo laico di confrontare visioni della vita diverse, differente dal patteggiare interessi di diverse lobby.
-Saremo portatori di un’idea di partito come luogo della aggregazione politica di progetti e idee, e non arena in cui misurare muscolarmente la forza di correnti blindate.

Scelgo una politica a sorgente libera.


Perché stai con la Bindi? Me lo chiedono in tanti. Lo chiedono. Come a dire che non è una conseguenza scontata, non è prevedibile, non è in automatico.
Nessuno chiede a chi usa Windows: “Perché usi Windows?” . Si chiede semmai a chi usa Linux perché usa Linux. Perché evidentemente ha scelto.
Ho scelto la Bindi perché non mi piace una politica proprietaria. Mi piace una politica che si costruisce dal basso. In cui ciascuno di noi scrive qualche riga di programma, e lo mette a disposizione di tutti.
Anche se è accattivante, evolutivo, moderno, intrigante, suggestivo, un prodotto monopolista resta un prodotto monopolista.
E l’unico modo per rompere un monopolio è introdurre altri soggetti, aprire alla competizione.
Mi piace una politica in chiaro, in cui non ci sono tavoli misteriosi da cui provengono comandi. Non mi piace l’idea di un codice sorgente nascosto in incontri, patti, accordi misteriosi. Non mi piace che si permetta a tutti di votare per scegliere e si decida a priori cosa dovranno scegliere. Un po’ perché ad altri viene sconsigliato di correre, un po’ perché si ingloba in un patto chiamato ticket quel poco di dialettica e di pluralità che poteva emergere. Se nello sport si fanno accordi prima della gara si tratta di illecito sportivo, e qui non si tratta di un gioco, ma del più forte strumento di partecipazione e di innovazione politica di cui potrà disporre il nostro paese per diventare il paese che deve diventare.
Non mi piace che chi viene candidato sia irradiazione di poteri altri, anziché forte della sua rappresentatività, come accade quando a Roma si decide cosa si deve votare a Perugia.

Naturalmente ci vuole coraggio, e la Bindi ne ha da vendere. Certo, non sempre i prodotti costruiti da una comunità di utenti (o di partecipanti) sono ben confezionati e accattivanti . C’è un far politica mimetico che svolazza su tutti i fiori prendendone di volta in volta colori e profumi. C’è un far politica più ruvido, che a volte sfiora la spiacevolezza, ma che ha il sapore della autenticità.
Stiamo raccogliendo firme, formando liste, anche qui in Umbria, con spirito scoutistico e con grande umiltà. Stiamo chiamando a raccolta i sostenitori della Bindi, per lo più non politici dedicati, ma elettori convinti che quello del 14 ottobre è un passaggio in cui la parola la devono prendere i cittadini. Non possiamo confrontarci con le macchine dei partiti, anche se fra di noi molti stanno nei partiti, e hanno chiesto ai loro partiti equanimità e correttezza, convinti che i partiti sono strumenti forti di democrazia e che ogni impegno per una democrazia più partecipata è una ricchezza per la salute dei partiti stessi.
Ci dicono chi dovremo votare, ma la chiamano partecipazione. Hanno deciso in che proporzione andranno gli incarichi ai due partiti, ma fanno appello alla società civile.
Per tutti questi motivi e per un po’ di altri ho deciso che sto con la Bindi. Ma prima di tutto ho scelto. Ho scelto di scegliere.
Non si costruisce un grande progetto politico by default.

la forza delle idee o un'idea di forza...

Avete notato? In tutti gli autogrill in cui ci siamo fermati nella torrida estate a cercare sosta e refrigerio, accanto alle pile di formaggi tipici, alle montagne di cantuccini artigianali, alle sfilate di calzini portacellulare c’erano pile del libro “La casta”. E stanno lì, gialle e implacabili a cataste sulle bancarelle, nei supermercati, nelle vetrine. Un milione di copie vendute, mi dicono, di un libro che passato di mano in mano fra parenti e amici può significare qualche milione di contatti.
Non voglio parlare del libro, ma dei suoi lettori. Per molti, moltissimi italiani quello è il volto della politica.
Io faccio politica, ma non mi sento di esorcizzare, maledire, sacramentare contro il reato di lesa maestà. E non cerco distinguo, proclami di onestà mia personale perché ho troppo spesso sentito malfattori impuniti parlare, sempre più ossessivamente e con più pathos degli altri, esaltando la politica come servizio, il bene comune, l’onestà, i valori. Ognuno giudicherà. E chi è dotato di coscienza ci farà i conti.
Ma mi domando quanta distanza c’è fra i timori, le aspettative, le delusioni, le speranze dei cittadini, e le cronache sul nascente PD che leggiamo sui giornali.
Che abisso c’è fra una chiamata alla partecipazione e alla scelta rivolta ai cittadini e un tavolo nazionale che spartisce le segreterie regionali, corredato da tavoli regionali ecc..
Che lontananza abissale fra gli scontri Ds-Margherita come apparati, come corpi separati, il ticket con Franceschini, il patto del 62 a 38 nella divisione degli incarichi, e l’intrigante percorso che stiamo vivendo, già mescolati, già accanto, al lavoro, fra iscritti e non iscritti, ex diessini ed ex-margheriti nella preparazione delle liste per Rosy Bindi, e immagino così anche per gli altri.
In Umbria le delegazioni dei due partiti trattano da mesi; come se le liste le facessero i partiti e non i raggruppamenti dei candidati. Come se non avessimo sempre detto che ci mescoleremo e faremo liste trasversali rispetto alle provenienze. Oltre a tradire il progetto questa trattativa tradisce se stessa e la sua finalità, perchè si è arenata a oggi in due candidature contrapposte. Che sarebbe ottimo dal punto di vista di chi vuole esercitare il diritto a scegliere, ma pessimo per chi pensa di esercitare un controllo dall’alto sul processo decisionale.
Mi giunge a casa un manifesto a favore di una presenza organizzata, quelle cose che un tempo si chiamavano correnti, o amici di.
Una paginetta smilza narra quali siano gli intenti del raggruppamento, seguono tre paginone di nomi: onorevoli,presidenti, assessori, sindaci, consiglieri… Immagino i retroscena: Tu stai con noi o con loro? Tu ci sei? Tu ci stai? E come fai a dire di no….
Ma mi domando se si sono domandati: che effetto fa? Che cosa suggerisce al cittadino: la forza delle idee, o l’idea della forza?

Ma quanti architetti stanno per Veltroni e quanti per la Bindi?

La discussione e il chiacchiericcio sul Partito democratico hanno regalato a noi lettori, occupati a difendere i nostri amati giornali umidicci e strapazzati da sabbia e figli, qualche ora di svago dai doveri delle vacanze. E di distrazione da incendi e assassinii.
Almeno si vivacizza un po’ la corsa verso il 14 settembre, perché ditemi quante persone porteremmo negli stadi se decidessimo a settembre che il campionato lo vincerà la squadra tale, e pure magari pure chi sarà la seconda….
Invece si intravede un poco di gioco. Anche se uno parte con un enorme vantaggio e gli altri devono recuperare.
Ma ci sono due modi di vincere, in politica. Sopraffacendo l’avversario, o inducendo nell’avversario una mutazione, una conversione di rotta . Magari una conversione senza grande convinzione interiore, ma ditemi quanti e quali uomini nella politica dei posizionamenti sono mossi da motivazioni autentiche e necessitanti.
Un anno fa, a Orvieto, i “partitisti” ridicolizzavano i “gazebisti”, adesso sono i più fervorosi, dai tavoli dei dibattiti politici estivi al profumo di salsiccia, a commuoversi parlando di partecipazione e grande appello popolare.
Per mettere al coperto un tacito accordo di sorvegliato scivolamento delle gerarchie partitiche nel nuovo soggetto è stato necessario scegliere come leader Veltroni, caro al vecchio ulivismo, e anomalo, apparentemente, rispetto alle correnti e ai giochi spartitori degli ultimi anni. Mentre i gloriosi kamikaze delle candidature non ortodosse, Bindi e Letta, aprono varchi di partecipazione non prevista e non prevedibile, per santificare le liste dove sgomitano la maggior parte dei predestinati vengono suggeriti per lettera da Veltroni i nomi della società civile engagé da posizionare nei collegi (“E speriamo siano femmine!” Pensano i notabili locali dei partiti, già preoccupati di dover cedere un posto su due alle signore…).
Il tavolo nazionale che doveva spartire le cariche di segretario regionale fra i due partiti fondatori registra sui giornali estivi qualche tempesta, ma resta il fatto che anche se accordo ci fosse si tratterebbe di far digerire ai votanti le scelte e resta il timore che l’attrattività dei candidati outsider dilaghi.
Nella gara di cortigianeria quasi spontanea si sono esibiti per adesso gli uomini della canzone. Dopo il ragionamento acuto e profondo, molto più di quanto sappiano fare molti politici professionisti, lanciato da De Gregori sulle pagine del Corriere della Sera, per contrapposta e simmetrica spinta Venditti si è lanciato in un outing a favore del capo di Roma capoccia, e poi via via assoldando. Però quello che era sensazionale nell’uscita di De Gregori non era il fatto che canta, o scrive canzoni, ma il modo in cui pensa, la sua lezione di libertà intellettuale.
Adesso per fortuna la fine delle vacanze ci risparmierà di sapere quale percentuale dei ballerini intervistati sta con Veltroni e quanti invece fra i fumettisti tifano Letta. E rimarremo con il dubbio di chi riesca a ingaggiare più veline, professori ecologisti o arredatori di grido. Poi vedremo il 14 ottobre come la pensano i cittadini, e tutti assieme, calciatori veltroniani e informatici bindiani, giovani imprenditori lettiani e cittadini indipendenti, dovremo costruire un partito che non sia un guazzabuglio di correnti, ma uno spazio politico per persone libere.

Io scelgo Rosy Bindi


Innanzitutto mi piace il fatto che possiamo scegliere, che ho dovuto scegliere davvero.
Siamo così abituati a battagliare politicamente contro l’indecenza, il conflitto di interessi, la mercificazione della politica, la maleducazione e l’involgarimento che ci fa effetto dover scegliere fra più candidati buoni, alle primarie del 14 ottobre.
Ricordo in Veltroni uno dei protagonisti dell’ infanzia dell’ulivismo. In Umbria era uno dei pochissimi a sostenere, contro le ortodossie, un nuovo linguaggio, nuove categorie politiche che sono quelle che oggi ci conducono verso il Partito Democratico.
Ma apprezzo moltissimo il coraggio di chi ci ha regalato una vera gara assumendo il faticoso compito di sfidare il prescelto, di competere con il predestinato al ruolo di segretario del partito. Più personalità, più dinamica, più pluralismo fra candidati che non sono opposti ma complementari. E che permetteranno al segretario che sarà eletto di fare una sintesi più ricca e comprensiva.
Senza i candidati alternativi il percorso verso il Pd sarebbe stato depotenziato come evento partecipativo, avrebbe dato la sensazione di un pacco già confezionato.
Stimo e sono amica di Enrico Letta: ho seguito i suoi passi da sempre con affetto e lo apprezzo ancora di più adesso che ha deciso di irrobustire la sua dimensione politica, caratterizzata da intelligenza e pragmatica conoscenza dei problemi, attraverso l’affrancamento dal ruolo di giovane promessa, per assumere a tutto campo la dimensione di leader.
Ma sto con Rosy Bindi, la sosterrò con le liste e con l’impegno a coinvolgere più persone possibili attorno alla sua candidatura, contribuendo così alla costruzione di un Partito Democratico più vero.
Sto con la Bindi perché ha avuto sempre il coraggio di battersi opportunamente e a volte anche inopportunamente per quello in cui crede. Perché quello in cui crede come credente non la induce a barricarsi, ma a dialogare, non la chiude in nostalgie identitarie, ma la porta ad aprire un dialogo profondo, fiducioso. Perché il dialogo per lei non è mai baratto, compromesso, mercanteggiamento, ma rispettoso incontro di culture differenti affratellate da una umana sintonia e condivisione. Perché la dimensione della laicità, così difficile da declinare oggi, esprime per lei una piena fiducia nella dimensione della coscienza e della responsabilità personale, e nell’intelligenza di chi opera per una politica del bene comune. Quella capacità di prendersi la responsabilità che le abbiamo visto esercitare nelle funzioni di ministro, corredata dalla capacità di assumersi i rischi di decisione anche difficili, mentre tanti lasciano che il tempo e la ruggine si prendano cura dei problemi, pensando così di risolverli.
Non scelgo la Rosy Bindi perché è donna come me.
Mi sono sempre, come tanti, rifiutata di considerare le donne una specie da proteggere in apposita riserva. Non ho mai amato le quote rosa, come non ho mai amato l’immagine della donna fragile in cerca di protezione.
Poi facendo politica nel partito e nelle istituzioni ho cominciato a realizzare il divario fra quello che noi valevamo e i ruoli che ci erano “concessi” e a capire che senza meccanismi di difesa la risorsa delle donne avrebbe continuato ad andare in gran parte perduta.
Oggi scelgo la Rosy Bindi perché è la Rosy Bindi, e non perché è una donna. Ma sapendo che se non sosteniamo in lei la donna che fa politica e con lei le donne che fanno politica anche le Rosy Bindi non ce la faranno mai.
Allora diciamo che voglio la quota rosy: le quote rosy sono quel di più di impegno che si aggiunge alla stima, alla condivisione del percorso, all’ adesione al progetto politico. Un di più che nasce dalla consapevolezza della fatica, delle difficoltà, della sordità che appesantiscono la corsa delle donne in politica. Nessun surrogato al merito, nessuna alternativa alla forza e persuasività personali. Ma tutto ciò che serve a far si che questo valore non resti insabbiato, che le intuizioni, l’energia, l’efficacia, la leadership di cui una donna è portatrice si realizzino in pieno.
Ecco perché farò le liste per Rosy Bindi, e con un di più di convinzione e di slancio. La quota rosy non è un sostegno alla debolezza, ma un riconoscimento alla forza di una donna.

Chi proteggerà Veltroni dai neo-veltroniani?


Romano, ma patrocinante i sindaci del nord. Kennediano, ma segnato dal suggello della linea più ortodossa del partito. Ulivista, ma benedetto dal duo Marini-D’Alema.
Veltroni rappresenta i veltroniani e gli anti-veltroniani, il passato e il futuro, i ceti oligarchici ed i sentimenti anti-casta.….E’ la totalità dialettica della storia, la razionalità del reale, la sintesi universale delle contraddizioni.
Ma chi proteggerà Veltroni dai suoi protettori? Come potrà Veltroni conquistarsi la maggioranza dei veltroniani per governare il partito, e implementare nei progetti dell’Unione le belle cose dette a Torino, il decalogo sul Corriere della Sera, i saggi intenti che guidano la sua campagna per le primarie?
Noi vediamo, nei territori, serrarsi le fila dei nuovi adepti, quelli che ci dicevano “Finirete con Veltroni” e parlavano di irriducibili identità popolari. Quelli che nei Ds presidiavano il partitismo come dimensione etica e che oggi, nel serrare le fila intorno a Veltroni, si appellano all’ordine della dirigenza nazionale.
Il miglior modo per neutralizzare una propensione della gente che sia scomoda per il potere, un’ idea pericolosa per il ceto dominante, è di inglobarla simbolicamente, farne il packaging allettante che cela il suo opposto.
Vedremo se prevarrà il vecchio Veltroni o il neo-veltronismo. Ma quello che è certo è che la migliore garanzia per lui sarà un partito plurale, frutto di un vero concorso di diverse personalità, affollato di nuovi iscritti che hanno trovato nella competizione buona fra buoni candidati la voglia di partecipare. I suoi competitori di oggi saranno i suoi migliori alleati domani.

Democrazia è scegliere di scegliere


Sondaggi sulle primarie per la costituente. Ho provato a cercare sul web, e mi sono imbattuta invece in forum, blog, siti, dibattiti on-line di ogni tipo. Eppure le numerose iniziative proposte quasi ogni giorno nelle classiche sedi, coi rituali tavoli superaffollati, dai numerosi forum tematici per il PD, organizzati con raffinati giochi di pesi e contrappesi(un diesse e un dielle, e ancora un diesse, ma stavolta fassiniano, e se si aggiunge un dielle deve andare ai rutelliani…) vanno praticamente deserti. Non mi pare un problema di contenuti sbagliati. Quasi nessuno dice strafalcioni, chi non ha niente da dire di suo ha abbondanti fonti ufficiali a cui attingere. Anche chi fino a un anno fa era contro le liste unitarie, e considerava una bestemmia il partito dell’Ulivo, adesso argomenta persuasivamente e con accenti quasi commossi su questa terra promessa del Pd che gli si schiude davanti.
Ma a pochi interessa.
Pochi hanno ancora voglia di ascoltare.
Credo che tanti abbiano semplicemente, in coerenza con lo spirito delle primarie di ottobre, voglia di parlare. Voglia di dire la loro.
Ci sono ancora leaders che attirano, che aprono una prospettiva, che si fanno ascoltare perché offrono uno sguardo forte sulle cose, e una direzione. E fra alcuni dei quali potremo scegliere il 14 ottobre. Ma c’è voglia di scegliere davvero, di decidere davvero.
Adesso che c’è una vera gara, per chi vuole, i canali per riportare nella politica un movimento bottom-up ci sono. Perché la democrazia viva è condizione necessaria che ci siano canali di partecipazione e strumenti di scelta. Ma non è condizione sufficiente: le strutture vanno abitate dalla voglia di libertà, di autodeterminazione, di esercizio critico. Dalla scelta di scegliere. L’ubbidienza, in fatto di primarie, non è una virtù.

uniti non si nasce, si diventa


Lunga pausa. Calde vacanze messicane, per me, nello Yucatan. Una distanza sufficiente a riordinare, nella gerarchia dei pensieri che occupano le ore e la testa le piccole beghe dai grandi problemi. L’oceano che accarezza le spiagge di conchiglie bianche; le maestose rovine dei Maya; la lenta assolata distesa di ore che separa una notte dall’altra, e i metri che sembrano infiniti fra un’ombra e l’altra. I messicani sono simpatici, dipingono le loro campagne elettorali sul bianco incandescente delle casette, una gobernadora sorrideva rassicurante dai manifesti.
E non è vero che staccare non serve, si lavora meno per qualche tempo, ma se si riesce al ritorno a lavorare con più lucidità e a discernere meglio le cose allora è tutto un guadagno. Per esempio, non è vero che qui in Italia fa caldo, dopo la gita in Messico non lo dirò mai più.
La campagna per Veltroni ben disegnata, ben equipaggiata di testimonial, ben orchestrata fra i gruppi dirigenti dei due partiti. Gruppi dirigenti, capicorrente, big territoriali sorridenti ai tavoli delle iniziative "ecumeniche" e meno sorridenti alle trattative nei pranzi e cene politico-gastronomici.
In questo idillio, così fermamente conservatore, ma immaginificamente così veltronian-nuovista, irrompe con maleducazione la Rosy Bindi.
A un candidato Ds che si è procurato la scorta di un vicecandidato DL, e per evitare il politicamente scorretto ha fatto una mezza promessa di un sottovicecandidato donna, si affianca una candidata donna vera e decisa. E promuove una vera gara, un vero concorso, una vera complementarietà dimostrando che un grande partito deve avere grande pluralità e confronto e che la sintesi è il prodotto e non il presupposto del fare politica.
I nostri elettori ci chiedono unità. Ma una unità vera, ricca, inclusiva, non riduttiva o coartata. Questa unità sarà il compito di chi costruirà il partito. e saprà raccogliere, valorizzare, riunire ciò che le diverse personalità e le diverse proposte saranno state in grado di richiamare verso il partito. Non una unità costruita a priori, a tavolino, definendo con accordi preventivi chi è il primo, chi è il secondo, e così via... Uniti non si nasce, si diventa.

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