Sulla scuola servono dati

Sulla scuola servono

Alcune scuole lavorano già fin da metà settembre alternando didattica a distanza e didattica in aula. Hanno diviso le classi in gruppi più piccoli, stabilito turni per l’accesso e l’uscita, e riescono a operare un distanziamento più deciso e nello stesso tempo sottraggono la metà della utenza scolastica ai mezzi di trasporto. In Lombardia per esempio molti istituti scolastici hanno scelto questa soluzione, compatibile con le norme sull’autonomia e con le Linee guida ministeriali.

Peccato che nessun dato sia stato raccolto (o diffuso) dal ministero per valutare una eventuale differenza nella reazione alla pandemia delle scuole che hanno da subito alleggerito la pressione sugli edifici e sui trasporti e quelle che invece sono andate da subito in presenza totale.

E peccato che nessuna ricerca sia stata impostata su un campione di scuole per sapere quale percentuale di contagiati asintomatici sia presente in media nelle scuole fra studenti, docenti, personale Ata. La ricerca a campione sulla popolazione italiana curata dall’Istat e operata dalla Croce Rossa questa estate ci ha dato finalmente risposte esaustive sulla percentuale reale di quegli asintomatici sfuggenti a ogni osservazione che però a loro stessa insaputa contagiano gli altri. Si fosse impostata una ricerca simile su un campione rappresentativo di scuole in questo primo mese sapremmo molto di più sui focolai e sui meccanismi di diffusione del contagio in ambito scolastico.

E ancora peccato che non ci siano dati sulla epidemia che distinguano fra le scuole in cui, rispondendo ai criteri disposti dal ministero, si sta senza mascherine in classe, purché seduti distanziati un metro, e quelle in cui invece saggiamente sono state prescritte le mascherine per tutto il tempo di permanenza nell’edificio scolastico.

E inoltre ignoriamo quanto siano distribuiti focolai e quarantene fra i diversi segmenti del percorso scolastico: le abitudini quotidiane dei bambini della scuola primaria e quelle  dei liceali differiscono enormemente. Sarebbe stato utile studiare in quale configurazione si danno meccanismi di diffusione dei contagi più significativi.

Insomma: come si fa a reagire razionalmente a un fenomeno che non conosciamo?

Il ministero annuncia dati raccolti settimanalmente dalle scuole su contagi e quarantene. Ma non è pubblica la modalità di raccolta dei dati stessi. Senza sapere, per esempio, quanti positivi si hanno rispetto a quanti tamponi eseguiti, o quale percentuale di contagi riguardino ragazzi che praticano sport o utilizzano i mezzi pubblici, o hanno attività a maggiore rischio, i dati restano opachi.

Purtroppo sono in generale mancate riguardo alla epidemia indagini rigorose che perseguissero una maggiore comprensione dei fenomeni, indagini che presupponevano standard uniformi e trasparenti di classificazione e quantificazione degli eventi.

Le scuole hanno investito enormi energie per eseguire i dettami relativi alle misure di contenimento della epidemia. Ma non sappiamo di quale efficacia ciascuna di queste misure sia dotata se non sappiamo interrogare empiricamente i risultati. Non perché manchino idee di ricerca, ma perché manca una cabina di regia che produca indagini trasparenti, finalizzate a rispondere a questioni precise e utili.

Viceversa si sono sprecati fiumi di inchiostro in esercitazioni retoriche su quanto l’istruzione sia importante, come se si dovessero scontrare i vessilliferi della cultura contro i barbari. È proprio per fare scuola che si deve capire con quali strategie si può rispondere alla epidemia. Chi ha semplicemente cercato di declassare o ignorare il problema ha fatto perdere tempo al paese e diminuito le difese pubbliche  contro il morbo.

La retorica non convince il virus, i lamenti non lo spaventano. L’epidemia si combatte con soluzioni concrete, e le soluzioni si devono misurare sulla analisi esatta dei fatti e sulla gestione coerente di dati. Soprattutto per ciò che riguarda la scuola le soluzioni sarebbero state migliori se fossero state più robustamente preventive, e non solo a posteriori rispetto all’aggravarsi della situazione.

Adesso la sfida è valorizzare quel 25% in presenza alle scuole superiori. E inventare modalità efficaci di far fruttare la produzione in digitale del 75% delle ore curriculari. È un compromesso che si presta alla sfida di integrare davvero repertori digitali e multimedialità con la relazione diretta in aula, purché tale relazione riscopra davvero il valore dialogico della presenza. Una modularità di quattro giorni può aiutare a superare l’abitudine di assegnare e revisionare compiti da un giorno per l’altro, può rendere necessario inserire accanto alla modalità sincrona un utilizzo asincrono di strumenti differenti.

Il monte ore resta per caparbietà politica o per miopia un intangibile tabù da rispettare. Perciò rendere le numerosissime ore curriculari da offrire in digitale didatticamente valide ingaggia le qualità professionali dei docenti e le capacità organizzative delle scuole.

E sarà fondamentale soprattutto per questo anno scolastico impostare da subito misure speciali di valutazione oggettiva dei risultati di apprendimento parametrate alle diverse condizioni in cui si è fatto scuola.

La scuola è spesso oggetto preferenziale di esercizio retorico, di esibizione di ottimi sentimenti, di rappresentazione di salvifici quadretti di dedizione e spirito missionario. Raramente oggetto di indagine. Si prediligono le discussioni  di principio e si ignorano le necessità di verificare fattualmente le condizioni e le scelte esercitati riguardo all’educazione in base ai risultati.

Meno commozione e più statistica, please.

Per la scuola non fiori ma opere di bene

Ho letto le apprezzabili parole di Tiziano Salvaterra, ex assessore all’istruzione e stimato padre della legge sulla scuola trentina. Legge e sistema educativo che noi ex colleghi assessori delle altre regioni allora invidiavamo. La sua e molte altre voci di persone che la scuola la conoscono, soprattutto quelle di chi per la riapertura delle aule scolastiche ha lavorato indefessamente, testimoniano un attaccamento alla priorità dell’educazione, che forse vede troppa parte dell’opinione pubblica distratta.

Il problema è che per rafforzare il ruolo della scuola, anche dall’attacco della pandemia, ci vorrebbero non solo difese di principio, ma conoscenze puntali delle modalità di diffusione del virus e delle difese che possano salvaguardare almeno un parziale mantenimento della presenza a scuola.

Alcune scuole in Italia lavorano già fin da metà settembre alternando didattica a distanza e didattica in aula. Hanno diviso le classi in gruppi più piccoli, stabilito turni per l’accesso e l’uscita, e riescono a operare un distanziamento più deciso e nello stesso tempo sottraggono la metà della utenza scolastica ai mezzi di trasporto. In Lombardia per esempio molti istituti scolastici hanno scelto questa soluzione, compatibile con le norme sull’ autonomia e con le Linee guida ministeriali.

Peccato che nessun dato sia stato raccolto (o diffuso) dal ministero per valutare una eventuale differenza nella reazione alla pandemia delle scuole che hanno da subito alleggerito la pressione sugli edifici e sui trasporti e quelle che invece sono andate da subito in presenza totale.

E peccato che nessuna ricerca sia stata impostata su un campione di scuole per sapere quale percentuale di contagiati asintomatici sia presente in media nelle scuole fra studenti, docenti, personale Ata. La ricerca a campione sulla popolazione italiana curata dall’Istat e operata dalla Croce Rossa questa estate ci ha dato finalmente risposte esaustive sulla percentuale reale di quegli asintomatici sfuggenti a ogni osservazione che però a loro stessa insaputa contagiano gli altri. Si fosse impostata una ricerca simile su un campione rappresentativo di scuole in questo primo mese sapremmo molto di più sui focolai e sui meccanismi di diffusione del contagio in ambito scolastico.

E ancora peccato che non ci siano dati sulla epidemia che distinguano fra le scuole in cui, rispondendo ai criteri disposti dal ministero, si sta senza mascherine in classe, purché seduti distanziati un metro, e quelle in cui invece saggiamente sono state prescritte le mascherine per tutto il tempo di permanenza nell’edificio scolastico.

E inoltre ignoriamo quanto siano distribuiti focolai e quarantene fra i diversi segmenti del percorso scolastico: le abitudini quotidiane dei bambini della scuola primaria e quelle dei liceali differiscono enormemente. Diversamente incidono gli utilizzi del trasporto pubblico, per esempio. Sarebbe stato utile studiare in quale configurazione si danno meccanismi di diffusione dei contagi più significativi.

Insomma: come si fa a reagire razionalmente a un fenomeno che non conosciamo?

Le scuole hanno investito enormi energie per eseguire i dettami relativi alle misure di contenimento della epidemia. Ma non sappiamo di quale efficacia ciascuna di queste misure sia dotata se non sappiamo interrogare empiricamente i risultati. Non perché manchino idee di ricerca, ma perché manca una cabina di regia che produca indagini trasparenti, finalizzate a rispondere a questioni precise e utili.

L’affermazione che la scuola è sicura è detta col cuore da chi ama la scuola. Ma dovrebbe essere il risultato di ricerche epidemiologiche e statistiche, non dell’ottimismo della volontà.

Molte classi comprese le mie hanno già sperimentato la scoperta di avere dei contagiati fra gli alunni. La mia richiesta di tenere comunque sempre la mascherina durante le lezioni è oggi più comprensibile per i miei studenti di quanto non fosse all’inizio. Stare per ore accanto a una persona contagiata, seppure a un metro di distanza, è tutt’altro che privo di rischi. La prova provata della sufficienza delle misure adottate per le scuole verrebbe dal controllo effettivo dei focolai scolastici. Ma questo presupporrebbe la sistematica e veloce attuazione del tampone almeno su tutti i compagni di classe. Cosa che non avviene affatto. Dopo di che, senza tracciamento, se nella catena dei contagiati asintomatici ( come spesso sono i nostri ragazzi) a un certo punto spunta un sintomatico, magari grave, nessuno sa più da dove arrivi il suo caso. Compresi i docenti meno fortunati.

Gli insegnanti, trattati da lavativi quando si ingegnavano a fare la Dad da casa (ancora mi fa male sentir dire che le scuole sono state chiuse tre mesi, posto che ogni giorno facevo lezione con i miei studenti), adesso sono chiamati, in caso di didattica digitale, da una geniale circolare del ministero dell’istruzione a fare lezione online in presenza, a scuola. Una specie di tributo a quella parte dell’opinione pubblica, arrabbiata e spaventata, che confonde la lotta al virus con la lotta alla prevenzione dal virus.

Movimentare, in tempi di epidemia, ottocentomila persone che potrebbero invece lavorare da casa (senza alcuna motivazione in termini di efficienza del servizio e senza garantire peraltro necessariamente dispositivi e collegamenti più efficaci) è una invenzione burocratica caratterizzata da sottile perversione. Per fortuna che, come atto amministrativo, per adesso non riguarda il trentino.

Scuole aperte e aule chiuse

Da un giorno all’altro la classe è chiusa.

Vuoti i banchi, spenta la luce, la porta serrata perché l’aula va sanificata.

Capita a parecchie classi, in tutta Italia, e capita anche a me.

I ragazzi improvvisamente si trovano dietro lo schermo, perché alla prima ora del primo giorno di quarantena siamo già collegati: che cosa dobbiamo fare prof?

Poi leggo sui giornali la generale levata di scudi contro la chiusura delle scuole e penso che in un certo senso è motivata, l’educazione è la cosa più importante. Come non dargli ragione: io per la scuola ho studiato, insegnato, scritto, formato insegnanti, amministrato, fatto politica, tutta la vita.

La scuola prima di tutto ( anche del calcio? ). E poi la drammatica situazione delle famiglie con bambini, che non sapevano più a che santo votarsi per continuare a lavorare con i figli per casa. La scuola in presenza è una necessità per tanti motivi sacrosanti, educativi e sociali. Te lo proclamano, te lo scrivono, te lo spiegano con toni sempre più veementi e commossi che la scuola deve restare aperta. Ma con la commozione e la retorica sull’afflato dell’ educazione in presenza non si combatte la pandemia.

Ci vogliono soluzioni.

La ministra Azzolina di fronte all’aumento dei casi invece di domandarsi se questa estate ha fatto tutto il possibile per un rientro sereno, ha dato delle cifre relative ad una irrisoria incidenza di contagi a scuola. Ma si riferiscono a fine settembre, quando la scuola era cominciata da due settimane, e in alcune regioni da una. E non ha spiegato con che tipo di analisi tali cifre sarebbero uscite. Da una decina di giorni la curva dei contagi si è impennata: cosa è cambiato dall’inizio di settembre? La catena dei contagi non è immediata, é una specie di staffetta in cui il testimone viene passato, nel giro di qualche giorno, a uno o più altri individui ( più sono più mediamente sale il fattore Ro). Quale è il fattore intervenuto a poter giustificare questo drammatico cambio di passo? La riapertura delle scuole? Questa domanda non ha certo una risposta semplice: non sapremo mai dove e come molti dei tantissimi casi ha contratto il virus. Ma certamente la movimentazione di tutti gli alunni ha modificato la rete dei contatti nel paese. Se si lavorasse meglio su raccolta dei dati e tracciamenti probabilmente capiremmo qualcosa di più.

Nei mesi estivi, mentre il paese scivolava in piena incoscienza sul reflusso della prima ondata di epidemia pensando che tutto sarebbe finito bene a prescindere, chi di scuola un poco ragiona, esperti e educatori, hanno fatto proposte che invece di nascondere la polvere sotto il tappeto indicavano dei percorsi.

Articolazione delle classi in piccoli gruppi e turni, alternanza di scuola in presenza e in digitale, diluizione degli ingressi, contenimento delle ore curriculari. Reperimento di locali, spazi, anche alternativi agli edifici scolastici. E poi piano per il trasposto pubblico, e relativi investimenti per ampliamenti dei servizi di bus, almeno temporanei, con apporti dal privato, visto anche che il turismo latita.

Quanto era nella disponibilità delle autonomie scolastiche è stato spesso fatto: dirigenti e staff hanno passato l’estate programmando, misurando, preparando.

Ma adesso si chiudono le porte delle aule. Perché la retorica non abbatte il virus. E le rassicurazioni sul fatto che sarebbe stato tutto come prima, e che non si doveva pensare ad altro che alla scuola in presenza e solo in presenza, e pure senza mascherina in classe, così le mamme no mask sono contente, si rovesciano nella scuola in assenza.

E fortuna che la didattica digitale integrata, così negletta e demonizzata, ci permette di tenere fermamente il filo del contatto, del dialogo, della vicinanza educativa, almeno con gli alunni più grandi.

L’educazione a distanza è sempre esistita: un tempo erano i libri, oggi anche la faccia, la voce, il messaggio che ci fa presenti da uno schermo. In tempi ordinari integra la scuola in presenza. In tempi straordinari ci si ingegna a farla diventare un buon sostituto. Avrebbe potuto precauzionalmente alleggerire le probabilità di contagio per i ragazzi delle superiori, che sono quelli che hanno una irrefrenabile vita di relazione dopo la scuola, e che prendono i mezzi, evitando di stipare una ventina e spesso più studenti in un’aula. Adesso siamo obbligati di nuovo a usarla, sperando che resti per le quarantene e non per la chiusura.

Alla scuola manca un piano B

L BLOG 03/09/2020 11:46 CEST | Aggiornato 03/09/2020 11:46 CEST

Alla scuola manca un piano

Non voglio neanche commentare le manifestazioni o i proclami anti-covid: se qualcuno è convinto di sconfiggere una epidemia richiedendo la libertà di fare come lo struzzo, negando il pericolo, pare difficile articolare una ragionevole interlocuzione. Evitare di guardare il pericolo è una strategia perdente: di fronte a un rischio evidente e comprovato una persona ragionevole tiene gli occhi aperti e predispone una possibile strategia di riduzione, se non di abbattimento del rischio.

Troppa pressione è stata esercitata da uno strombazzante coro no-covid, no-mascherine, no-“limiti alla libertà di fare ciascuno quel che gli pare”. Abili agitatori politici hanno fatto leva sulla insofferenza per le oggettivamente antipatiche misure anti-contagio; favoriti da una diffusa difficoltà a gestire l’informazione sui dati Covid in un paese in cui pochi hanno dimestichezza con elementari concetti statistici. Questa ondata social e mediatica ha dettato, per paura di far riaffiorare le polemiche sulla didattica a distanza, frettolose norme sul rientro in presenza a tutti i costi, e con orari normali (“non sarà persa un’ora”).

Prima della attuale ripresa nella replicazione dei casi di contagio dovuta al “liberi tutti” delle vacanze imprudenti potevamo sperare in una coda sempre più ridotta del numero degli infetti. Ma così non è.

Quindi le norme sul rientro a scuola sono state fortemente condizionate dalla impossibilità di fare altrimenti a condizioni edilizie date e a sentimenti dell’opinione pubblica dati, più che da una presa d’atto della situazione effettiva del contagio.

Prima di tutto supponendo per il rientro in classe una distanza minimale di un metro, quando in molti altri paesi europei ci si attestava almeno al metro e mezzo o due metri.

Poi sottovalutando l’importanza delle mascherine, così antipatiche da portare, ma, a giudizio di innumerevoli contributi scientifici, così importanti nel contenimento del contagio. Infatti la prescrizione di portare mascherine a scuola (con le dovute eccezioni), prevista nel documento del CTS di fine maggio e incluso nelle Linee guida “Piano scuola 2020-21”, si è persa per strada.

Infine nel timore di articolare ipotesi di didattica a distanza integrata alla didattica in presenza, ed evitando accuratamente di predisporre un qualsiasi piano B. Non solo nel senso di cosa fare da un punto di vista sanitario se un docente o un alunno manifesti sintomi da contagio. Ma anche su come inventare forme didattiche alternative che evitino condizioni di diffusione del contagio.

E cosa fare didatticamente una volta che il singolo, la classe, il gruppo, la scuola siano da isolare, per evitare di ricadere nella semplice sottrazione del servizio educativo. Vero è che nelle Linee guida per la DDI (uscite i primi di agosto) a tutte le scuole è stato chiesto di stendere un “Piano scolastico per la didattica digitale integrata (DDI)a integrazione del Ptof (la stesura di un Piano non si nega mai a nessuno…). Inoltre dovranno scegliere piattaforme e curare archivi elettronici (repository scolastiche), e integrare il regolamento di istituto includendo norme relative alla didattica a distanza.

Ma al di fuori di questi adempimenti e procedure si rimanda alle usuali regole della autonomia scolastica.

Invece credo sia importante tematizzare la complessa e probabile situazione di innumerevoli situazioni borderline, di malattie invernali a sintomatologia simile al Covid, di focolai circoscritti di Covid, di persone o situazioni per le quali il rischio di un rientro nelle condizioni attuali sia eccessivo. Di situazioni, cioè, in cui il vincolo ideologico della “presenza e solo presenza” rischia di rovesciarsi nella “assenza e solo assenza”.

Eppure è fondamentale predisporre strategie per recuperare in situazioni disottimali un ragionevole prosieguo della attività didattica. Che non può essere solo il collegamento da casa per l’alunno in quarantena (E se è in quarantena il prof? O se è un lavoratore fragile? O se ha semplicemente un raffreddore ma attende risultati sul Covid?). A oggi pare che l’unica alternativa alla presenza del docente sia l’assenza e la sostituzione.

Autorevoli fonti ci dicono che in ambienti chiusi, o parzialmente areati, l’emissione e la diffusione per via aerea di goccioline anche molto piccole contenenti il virus non si ferma certo al metro e non si diffonde in linea retta. Ragione per cui la principale garanzia sul fatto di non avere contagi in classe consisterà nel fatto di non avere in classe persone contagiose.

Possibili turnazioni, lavori in piccoli gruppi e altre soluzioni richiedono  flessibilizzazioni del monte ore scolastico non pervenute; integrazione di didattiche a distanza e in presenza (e le necessarie relative infrastrutture e tecnologie) sono state demonizzate e si è finito per parlare solo di acquisto di banchi e di distanziamento fisico.   

Siamo il Paese in cui alla politica si chiede persuasività retorica, e non risultati; e in cui si affida il futuro alla fortuna e non alla previsione. Quindi speriamo che ce la caviamo.

L’educazione civica da settembre avrà il suo voto

Educazione civica a scuola: da settembre sarà presente con uno specifico voto in pagella. Le linee guida hanno finalmente completato il quadro offerto dalla legge 92 del 2019, anche se restano oscillazioni interpretative e la macchina della attuazione della legge sembra decisamente ferma, messa in ombra dalla agitazione per la ripartenza emergenziale della scuola a settembre.

Da quando Aldo Moro inserì l’insegnamento della educazione civica a scuola, raramente si è interrotta l’ accesa discussione fra gli esperti e nello stesso tempo l’ ampia disattenzione dell’opinione pubblica, e purtroppo spesso anche del mondo della scuola, sulla sua natura e sulle modalità di realizzazione.

I nodi da sciogliere sono sempre stati centrati sulla dimensione disciplinare: si doveva trattare di una materia aggiuntiva, formalmente strutturata e affidata ad un docente specialista, o di una disseminazione di attivazioni concordate e trasversali a partire da diverse discipline?

La legge ha un forte sapore di compromesso e non scioglie del tutto le ambiguità: difatti prevede un voto riservato alla educazione civica, ma non un orario dedicato (anche se fissa un minimo di un’ora alla settimana, ma senza prelevarla dall’orario di una materia in particolare, e senza aumentare il monte ore complessivo). Indica uno specialista in materie giuridiche come titolare, ma proclama la trasversalità dell’approccio attribuendo la responsabilità a più docenti, ove mancasse un docente di profilo giuridico nell’organico della scuola. Indica un coordinatore fra i docenti come colui che propone il voto, ma assegna alla decisione collettiva del consiglio di classe la sua attribuzione (cosa che peraltro è vera per qualsiasi disciplina).

Dal rientro a settembre l’attuazione di questa innovazione richiederà parecchio lavoro: come organizzare un curriculum di educazione civica? Fra quali discipline e con quali criteri distribuire l’impegno?

La legge nazionale prevede una lunga lista di tematiche attinenti alla educazione civica, che già le Linee guida nazionali hanno però sfrondato accentuando la valenza di tre principali aspetti: 1) La Costituzione italiana, le istituzioni europee e le articolazioni della Repubblica, 2) L’Agenda 2030 dell’Onu e lo sviluppo sostenibile, 3) Cittadinanza digitale.

Bisognerà vedere se e come il Trentino recepirà la legge e come reinterpreterà le Linee guida, magari avendo la possibilità, nella sua autonomia, di correggere alcune debolezze della legge nazionale.

Chi, come me, ha sempre avuto caro e ineludibile un insegnamento che avvicinasse, sollecitando un pensiero critico e personale, le discipline alle realtà della attualità sociale e della convivenza civile, sa bene che l’educazione civica da sempre, comunque si chiamasse, andava fatta. Forse non tutti, ma in molti l’abbiamo fatta. Abbiamo fatto educazione civica in modo autonomo, per spontaneo convincimento, o sotto il dettato della norma che più volte, con modalità e con denominazioni diverse l’ha introdotta ( per esempio, nell’esame di Stato una parte del colloquio si svolge già su Cittadinanza e Costituzione).

Adesso però diventa una sfida per tutti.

Alcuni insegnanti sono pronti, da sempre convinti della importanza di quella risonanza continua fra i contenuti della loro materia ed il pensare il mondo di oggi e la convivenza civile. Altri sono riluttanti e distratti, convinti che non tocchi a loro varcare il recinto della disciplina o timorosi di affrontare temi che loro stessi come cittadini ignorano o rimuovono.

Senza una formazione ad ampissimo raggio non sarà certo possibile superare questi ostacoli. Però siamo a metà luglio, e gli insegnanti stremati da didattiche a distanza e preoccupati per la ripartenza non sono nella migliore forma per lanciarsi in un territorio così complesso. Ci vorrà tempo, ma una direzione va data e i primi passi vanno fatti. In fondo la stessa emergenza sanitaria ci ha insegnato come davvero e in concreto la salvezza individuale dipende anche dal civismo di ognuno e dalla salvaguardia della sanità come bene di tutti.

Che la scuola stia veramente a cuore a questo paese andrebbe dimostrato nei fatti

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Che la scuola stia veramente a cuore a questo paese andrebbe dimostrato nei

Chi preferisce stare barricato in casa e riprendere la didattica a distanza alzi la mano. Anche chi ama respirare nella mascherina alzi la mano. E si faccia vivo chi preferisce dover isolare il suo banco, metro in mano, dagli altri compagni. E vogliamo parlare del divertimento di parlarci da lontano alzando la voce e aguzzando le orecchie perché si rischia di perdere una parola su tre? O di evitarci nei corridoi? 

Preso atto del fatto che a nessuno piace quello che la protezione dal virus ci ha imposto e ci imporrà (anche se qualcuno ci fa propaganda politica sopra, come se il virus si battesse denigrandolo sui social) è ovvio che si dovrà discutere di come realizzare al meglio quello che ci sta a cuore senza correre troppi rischi e senza farli correre ai più fragili di noi.

Che la scuola stia veramente a cuore a questo paese è quello che andrebbe dimostrato nei fatti, non declamato. Con proposte concrete, misurate, realistiche, realizzabili. E che qualsiasi sia la diffusione e la prospettiva della pandemia a settembre bisognerebbe che sia fatto il possibile per fare scuola nel migliore dei modi possibili. Perché quelli impossibili si possono anche chiedere, ma non sono possibili.

Le bozze delle Linee guida della ministra Azzolina, predisposte dal governo per il rientro a scuola a settembre sono state imprudentemente rese disponibili prima della concertazione. Ma la scuola è affidata alle cure di Regioni, Province, Comuni oltre che del Ministero competente, ed è scoppiata una polemica cui hanno partecipato gli stessi dirigenti scolastici, che hanno protestato  chiedendo rilevanti cambiamenti.

Quindi dopo giorni di acceso dibattito un nuovo testo di Linee guida, decisamente migliorato nella interazione con Regioni, Comuni e Province è stato concordato.

Scopo delle Linee guida è fornire indicazioni per la ripresa della scuola a settembre. In presenza. Nella ipotesi di un non sostanziale peggioramento della epidemia, evidentemente.

Alcune linee di azione vanno nella direzione di un cambiamento non solo emergenziale, ma di innovazione migliorativa, se una volta passata la pandemia non verranno rimosse.

1) Un forte coinvolgimento delle autonomie scolastiche. Diversissime sono le condizioni delle scuole nelle diverse aree del paese, per popolazione scolastica, per condizioni dell’edilizia, per diffusione del virus. È ovvio che differenti devono essere le soluzioni. Sono più di venti anni che i principi della autonomia scolastica sono stati fissati, e regolarmente disattesi da ministeri di tutti i colori, ma concordi nel vessare con circolari, ordinanze, linee guida le scuole in modo che fossero libere di scegliere solo ciò che il ministero aveva già deciso per loro.

Da due decenni orari, gruppi classi, calendario settimanale, articolazione delle attività didattiche sono nella disponibilità della autonomia didattica e organizzativa dei singoli istituti. Che la disperazione abbia suggerito alla ministra di riscoprire le autonomie scolastiche non è una notizia cattiva. I dirigenti scolastici dovranno decidere cosa vogliono fare da grandi: se reclamano giustamente stipendi e ruoli di veri dirigenti (stipendi già bassi e minacciati, in questi giorni, di ulteriori assottigliamenti!) potranno assumere le corrispettive responsabilità.

Ma non dovranno essere abbandonati privi di disponibilità e di risorse. Scaricare sulle spalle dei dirigenti, impossibilitati ad agire da mancanza di mezzi, l’incubo di pesanti responsabilità su eventuali contagi prodotti dalla riapertura delle scuole non risolverà i problemi e non metterà in sicurezza i nostri figli e i nostri docenti. Inoltre ci vogliono garanzie sulle risorse, per ora promesse: fra le innumerevoli risorse finanziarie disponibili subito o prossimamente per il nostro Paese, e che faremo pagare duramente ai nostri figli e ai figli dei nostri figli, ci sia anche qualcosa che serva al loro futuro, e al futuro del paese, come l’educazione. I tre miliardi individuati sono un buon inizio, anche se impallidiscono di fronte agli allegri sprechi elettoralistici su altri fronti. Ma che almeno siano spesi, e ben spesi.

2) Specifici accordi andranno sottoscritti dai diversi soggetti territoriali che concorrono, o potranno concorrere a realizzare le condizioni per la progettazione delle attività scolastiche ed educative. E anche questo è un tema da tanto tempo enunciato e non sempre praticato. Alcune comunità locali sono abituate a stringersi attorno alle loro scuole e utilizzano già ampiamente strumenti concertativi e conferenze di servizio. Altre possono imparare nell’emergenza a considerare la scuola locale come bene comune. I “Patti educativi di comunità” permetteranno non solo di ricercare nella collaborazione del territorio soluzioni provvisorie per gli spazi scolastici, ma anche un arricchimento della offerta formativa.

Tavoli regionali fra amministrazione ministeriale e rappresentanti delle giunte regionali e delle amministrazioni locali dovranno monitorare e coordinare soluzioni o criticità locali espresse dalle Conferenze di servizio a livello dei singoli territori.

Pensiamo solo a come i trasporti dovranno essere ripensati per evitare resse in arrivo e in rientro da scuola.

Giungono già grida di allarme da parte degli istituti scolastici sulla insufficienza di sostegno da parte di istituzioni locali. E non sarebbe una novità. La novità può derivare dal fatto che chi è insensibile all’idea di scuola come bene comune può vedere profilarsi la scuola al tempo del virus come un male comune. In democrazia le epidemie non governate si pagano care. 

La scuola e gli opinionisti

Intellettuali, scrittori, giornalisti, accademici delle più disparate discipline si sono pronunciati, appellati, indignati per la chiusura delle scuole, per la trascuratezza nel ripristino del servizio, per la plateale inadeguatezza della didattica a distanza, per la esplosione delle disparità sociali che solo la scuola in presenza sarebbe in grado di lenire.

Premetto che concordo con slancio sul fatto che è molto meglio fare scuola senza epidemie in corso che con epidemie in corso. Molto meglio avere classi dotate delle migliori risorse piuttosto che classi appese ai giga del telefonino o al traballante collegamento del wifi familiare. Meglio avere classi in cui l’interazione è intuitiva, sensibile, immediata, empatica e sapiente piuttosto che affidata a una chat o a un microfono che fa i capricci.

Sono disposta a concordare con altrettanto fervore con qualsiasi altra tautologia pedagogica, ricordando il magistrale insegnamento di Massimo Catalano che a “Quelli della notte” insegnò alla mia generazione che «Meglio essere ricchi e in salute che poveri e malati».

Non avendo però avuto indicazioni da insigni intellettuali e opinion makers a proposito del fatto che la didattica a distanza avrebbe creato tanti guasti e introdotto così pericolosi precedenti, centinaia di migliaia di insegnanti si sono gettati a capofitto in un lavoro online insolito e inusitato, con mezzi propri sia hardware sia telematici, cercando di mantenere un contatto educativo, di far procedere gli apprendimenti, di mantenere un ritmo di frequentazione e dialogo con le classi.

A distanza di tre mesi adesso si sentono dottamente spiegare come quello che hanno fatto era nella migliore delle ipotesi nullo (inutilità dell’insegnamento senza la vicinanza fisica) e nella peggiore delle ipotesi dannoso (inversione dell’ascensore sociale, solco scavato fra studenti agiati e protetti, e studenti sfortunati).

La maggior parte degli intellettuali che condannano il lavoro degli insegnanti in Dad esercitano tutta la loro professione a distanza: pubblicano sui giornali, parlano in televisione, si esprimono sui media, postano sui social. Non mi pare che però si battano il petto per le difficoltà che esistono nel consumo di libri o giornali o nella corretta fruizione dei media e dei social da parte di una rilevante frazione della popolazione.

Ma si può obiettare che la scuola è un servizio che deve essere per tutti, garantito a tutti. E siamo d’accordo che così sia. Ma la logica allora non può essere o a tutti o a nessuno, bensì, piuttosto, allarghiamo, rafforziamo, miglioriamo la portata e la qualità delle opportunità educative per tutti, per tutta la vita, anche durante le pandemie.

In questi mesi molte scuole hanno verificato con questionari rivolti alle famiglie l’efficacia del servizio, le difficoltà dell’utenza, i livelli di gradimento o almeno di accettabilità delle didattiche. Le sedi decentrate del ministero dell’istruzione, le regioni e le autorità locali hanno raccolto ed elaborato questi dati?

Molte scuole hanno messo a disposizione computer o tablet. Il ministero stesso e altre istituzioni hanno erogato risorse. Ci sono indagini serie su quanta parte della domanda da parte delle famiglie sia rimasta inevasa? Su quante risorse occorrerebbe investire e come fare per mettere a disposizione collegamenti decenti a tutti gli studenti?

Metodologie di didattica digitale, repertori di contenuti multimediali, expertise sull’uso di piattaforme e canali: nelle chat fra insegnanti sono circolate discussioni e condivisioni di competenze prima riservate a pochi. Vogliamo che restino e diano frutti per l’ arricchimento di una scuola che educa i nativi digitali o derubricarli a corruzione momentanea di un’idea intangibile di scuola materiale fatta di banchi, aule e campanelle ?

Quello che mi domando è perché sulla scuola infieriscano così tanti opinionisti e parlino così pochi esperti. Come in tanti altri campi del sapere anche quello dell’educazione è oggetto di ricerche rigorose e mi domando come mai mentre per comprendere il corso di una epidemia si debba esercitare un’ attenta modellistica a partire da dati, sulla scuola si possano giudizi inappellabili a partire da sensazioni o categorizzazioni altamente opinabili. Questi tre mesi di didattica a distanza andranno studiati con attenzione: solo chi ha operato sul campo, insegnanti e studenti (e le loro pazienti famiglie alle spalle) avranno una comprensione reale di cosa è successo, solo quando potremo trarre conclusioni comprovate da dati elaborati con ragionevole rigore potremo azzardare valutazioni complessive.

L’aula educa mentre il digitale istruisce e basta? Lo smanettamento sulla tastiera si identifica con l’apprendimento di nozioni mentre l’educazione tradizionale in presenza promuove virtù sociali e civili? Può darsi che digitale e nozionismo siano correlati e che la salvifica didattica in presenza tradizionale sia sufficiente a garantire una ottima educazione. Ma può anche darsi che si diano correlazioni almeno parzialmente inverse. Come in tutti gli ambiti del sapere, anche nel mondo dell’educazione le affermazioni vanno corroborate da indagini e prove.

Per adesso le classificazioni internazionali e nazionali danno la scuola italiana, dove il tradizionalismo non difetta certo, in grande affanno.

Non sono una epidemiologa, quindi non azzardo lezioni su quando e come potremo di nuovo far circolare nelle nostre scuole i nostri allievi.

Ma non posso non chiedermi come mai nel dibattito pubblico la professionalità degli insegnanti non abbia mai voce: l’opinionismo che si esercita sulla scuola è affidato nella grandissima maggioranza dei casi a persone che non hanno mai fatto una sola ora di lezione a scuola. La categoria degli insegnanti appare come una massa amorfa, difficile da guidare e impossibilitata a guidarsi.

Per decenni si è barattata l’immissione degli insegnanti in cattedra, senza standard professionali esigenti e vagliati, con la loro scarsa retribuzione e la irrilevanza e minorità della loro rappresentatività sociale, come risulta in modo appariscente proprio nello stesso dibattito sulla scuola.

Ma quando è stato necessario, durante l’ emergenza della pandemia, in molti hanno dimostrato passione e capacità di riconvertirsi. Nulla di tutto questo deve andare perduto.

Proposte concrete per la scuola da mettere in campo subito

Non si può continuare ad andare a tentoni, sulla prossima stagione della scuola italiana. E meno che mai a rimorchio.

Dobbiamo capire come riaprire le scuole dopo l’estate. E come arrivarci vivi a settembre, soprattutto i papà e le mamme che hanno figli da accudire e un rientro al lavoro che preme.

Innanzitutto distinguiamo due legittime, importanti, ma distinte funzioni della scuola: quella propriamente educativa, che riguarda tutti dal primo mese di asilo nido, fino all’ultimo anno del liceo, e la funzione non meno strategica di custodia, cura, contenimento che riguarda i bambini più piccoli ed è indispensabile per conciliare genitorialità e lavoro.

Partiamo dalla seconda funzione che, scadute ferie, permessi e altre poche risorse a disposizione getta nella disperazione troppe famiglie e che riguarda fortemente la fascia di età fino alle elementari, ma con diverse intensità fino alle scuole medie. Ma senza trascurare, anzi, sottolineando bene la prima funzione.

ASILI NIDO

Accanto agli asili nido, che raggruppano in genere decine di bambini in spazi ampiamente condivisi, esistono altre soluzioni per fornire servizi educativi ai piccolissimi progettati su numeri decisamente più esigui : micronidi, nidi condominiali, nidi familiari,Tagesmutter per i quali anni di sperimentazioni e precise regolamentazioni regionali hanno prodotto modelli educativamente validi. Se non si possono per ora riaprire i nidi nella forma più classica e diffusa allora, attraverso un sostegno dei comuni (con risorse mirate per i comuni stessi), favoriamo una articolazione, delle sezioni dei nidi, in locali di emergenza accettabilmente preparati e arredati, usando il personale esistente opportunamente rinforzato. Si può anche considerare di insediare, ove ci siano opportune condizioni (locali ampi, un giardino..) un piccolo gruppo di bambini nello stesso domicilio di uno di essi, come avviene nei nidi familiari. Nidi privati e nidi pubblici possono introdurre elementi di elasticità organizzativa improntati a realistiche considerazioni sulla base delle esigenze e risorse che sono date: ma chiudere tutto e lasciare chiuso, se non si può lavorare nel modo ottimale, non mi pare accettabile. Volendo si può anche scaglionare il rientro in base alle esigenze delle famiglie. In Germania i nidi non hanno mai chiuso per ospitare i figli di sanitari, poliziotti e altri lavoratori di prima necessità. Coordinatori pedagogici e servizi educativi dei comuni devono inventarsi soluzioni provvisorie con assoluta urgenza e nello stesso tempo saggezza. Da subito, non da settembre.

Da anni il Ministero dell’Istruzione si è intestato la partita degli asili nido senza poi farci veramente nulla, se non distribuire qualche risorsa finanziaria che già prima distribuiva il Ministero del Lavoro. E’ ora di riaprire i tavoli con le Regioni e dare ai comuni risorse mirate e standard di qualità, soprattutto dove i nidi mancano. Il problema che adesso vivono le regioni del nord è cronico nelle regioni del sud. Magari fosse la volta buona che si cercassero risposte per tutti, con il governo che finanzia ma chiede qualità educativa, le Regioni che regolamentano e i comuni che erogano e controllano.

SCUOLA MATERNA ED ELEMENTARE

Anche al livello successivo la frammentazione dei gruppi sembra una esperienza provvisoriamente inevitabile. Le sezioni di scuola materna e di scuola elementare andrebbero ricondotte a gruppi più piccoli, senza perdere il riferimento con i propri insegnanti. Questo significa che tutte le ore disponibili del personale vanno concentrate in un orario minimale garantito (le ore della mattinata per esempio) con il massimo della compresenza (a distanza!) degli insegnanti su sezioni articolate in sottogruppi. Bisogna concentrare le disponibilità di ore degli insegnanti sulle lezioni con piccoli gruppi di bambini sacrificando le ore per programmazioni e attività non frontali. Niente mensa, basta un panino da casa. Molto uso degli spazi verdi, fino a che la stagione lo consentirà. Molte attività accolte in locali esterni (ogni comune sa che ci sono associazioni, musei, strutture recettive che per qualche mese possono offrire spazi). E a supporto, dove il personale non basti, studenti o giovani (mobilitando scout, associazioni, cooperative, oratori..) assunti con contratti brevi per fare qualche ora di esperienze integrative con i bambini. Il gioco della mascherina e del distanziamento può essere ospitato in qualche mondo fantastico. Se poi qualche famiglia può e vuole tenere i figli a casa per qualche mese in più tanto meglio, si alleggerisce il compito della rarefazione, ma ci devono essere risorse online e televisive educative di qualità per supportarle. E bisogna partire presto, non aspettare la fine della scuola, per fornire servizi almeno ad alcune famiglie in reale difficoltà lavorativa.

SCUOLE MEDIE E SUPERIORI

Procedendo verso il liceo l’attenzione si sposta decisamente verso la dimensione solo educativa e non più di contenimento e controllo. Una formula intermedia si può prevedere per i ragazzi parzialmente autonomi, ma non del tutto, come possono essere quelli fino all’inizio del liceo. Una frequentazione parziale a gruppi ridotti della scuola, e molto lavoro assegnato a casa sotto forma di materiali multimediali, compiti, videolezioni.

Alle scuole superiori, soprattutto, la maggiore autonomia dei ragazzi permetterebbe un frequenza in orario parziale di sottogruppi delle classi (Due? Tre? Dipende dalle condizioni specifiche). Per il resto videolezioni a classe intera o anche a classi congiunte. Quindi coniugare una fornitura di contenuti ad ampio raggio, con una cura diretta in presenza di piccoli gruppi per elaborazione, condivisione, valutazione.

Voci minacciose circolano in questi giorni ipotizzando una serie di contenuti standardizzati forniti dal ministero affiancati dalla frequenza dei ragazzi, in presenza, con i docenti, per i gruppi più fragili. Insomma, il ministero tiene il corso e gli insegnanti fanno gli esercitatori? Mi sembra una pessima idea vista l’ inadeguatezza la ministero quando si occupa di didattiche disciplinari, e anche umiliante per la dimensione intellettuale e professionale degli insegnanti. La libertà di insegnamento e lìautonomia scolastica non sono un ostacolo, ma un presupposto per un apprendimento di qualità.

Per gli addetti ai lavori aggiungo: piuttosto repertori, scambi, condivisioni di unità didattiche peer to peer, insegnanti con insegnanti. Magari sostenuti e valorizzati da associazioni professionali, scuole, centri di competenze disciplinari. Così da creare premesse a innovazioni, magari più permanenti, che creino alternative alla lezione frontale tradizionale in presenza. La diversificazione nella modalità di svolgimento delle lezioni, obbligata in tempo di crisi, può aprire a sperimentazione interessanti, comprendenti la classe capovolta e altre soluzioni. Che di per sé non vanno mitizzate ( non sono infatti magiche né effettive a prescindere dalla qualità e sapienza didattica che esprimono), ma possono allargare il repertorio di strumenti didattici spesso troppo abitudinario e fossilizzato.

Non c’è alcun motivo per cui una buona esposizione prodotta o registrata online non debba essere rivolta a un numero di alunni più ampi della ventina che in media compone una classe. E non c’è motivo per cui non si debba riunire fisicamente una decina, invece che una ventina di ragazzi per un lavoro più interattivo e personalizzato.

Sento già l’obiezione che si rischia di scardinare la classe, orizzonte e fulcro imprescindibile della relazionalità infantile e adolescenziale nel sentire comune. In Italia si può abbandonare una famiglia, divorziare una coppia, ma l’unità della classe sarebbe intangibile. Invece smontare le classi e diversificare gruppi e percorsi, come avviene in Germania, sarebbe un’ ottima premessa per una scuola superiore più vocazionale articolata su opzioni, percorsi personalizzati, progressioni differenziate che magari superino l’annoso problema delle bocciature e degli esami di riparazione. Intanto si lavora sulla emergenza, poi si rifletterà anche su questo.

Ma non andiamo da nessuna parte se non sappiamo come avviene realmente, concretamente il lavoro online da casa degli studenti. Ci sono studenti che seguono sul telefonino, altri si fanno prestare supporti informatici che conoscono poco, altri non hanno campo o finiscono i giga.

Le scuole, i singoli consigli di classe devono fare una ricognizione puntuale, anche se aggregata e anonimizzata nei risultati, di come e con cosa i nostri studenti stiano lavorando da casa.

E bisogna arrivare a settembre con un computer per ogni ragazzo. Si possono usare risorse Fse, risorse bonus 18enni, risorse nuove. Non se ne può più dell’ osservazione, ovvia, che la didattica online aumenta le differenze. Si potrebbe dire anche per i libri: le famiglie che hanno libri e quelle che non ne hanno sono separate da un gap? Certo. E allora facciamo a meno dei libri o forniamo almeno libri in comodato, accesso alle biblioteche, progetti di lettura ai meno abbienti o ai più sprovveduti? Bisogna superare il digital divide fornendo computer a tutti i ragazzi che non ne possiedono uno. In prestito, ma riscattabile magari a rate dalla scuola. La ricognizione va fatta subito, e i provvedimenti prima di settembre.

Sento già, potrei elencarle, le veementi obiezioni a tutte e ciascuna delle mie proposte. In nulla eccelliamo in Italia come nell’arte di abbattere una soluzione realistica grazie alla enfatica affermazione di bei principi irrealizzabili, almeno momentaneamente. Di far saltare per aria il bene, o il benino a favore del meglio (però irraggiungibile). Immagino già le obiezioni sindacali, contrattuali, categoriali.

Ma non sto disegnando il quadro di una scuola a venire. Solamente la sopravvivenza indispensabile e dignitosa di un servizio pubblico nei prossimi mesi. Dopo, e quando sarà il dopo per ora non lo sappiamo, faremo tesoro delle esperienze fatte, le criticheremo, le valuteremo e ripenseremo il ritorno ad una normalità che sarà innovata nei modi e nelle direzioni che anche questa fase critica ci suggerirà.

I sindacati che hanno criticato apertamente la didattica online, e quelli che hanno prudentemente taciuto, sono stati scavalcati dagli insegnanti che si sono messi coi loro mezzi, le loro conoscenze, i loro contratti telefonici davanti ai computer e hanno continuato a far lezione, adattandosi, imparando, studiando, tenendo il filo del contatto con gli allievi.

Se i sindacati non contribuiranno con proposte fattibili e sagge, rischiano di essere marginalizzati nella difesa di abitudini inerziali, invece che contribuire a superare questa fase e a costruire le successive. Le crisi esigono elasticità, adattatività, innovazione. Anche nella disponibilità dei docenti. Che fin’ora ne hanno per lo più dimostrata tanta. Servono risorse, ma prima di tutto servono concretezza e idee giuste.

Non basta chiedere di raddoppiare scuole e organici.

Certo che bisogna fare subito tutto quello che si può fare per migliorare la capienza e la fruibilità delle scuole. Ma non è solo questione di soldi, ma anche di organizzazione e capacità di spesa.

Non si assumono dall’oggi al domani il doppio degli insegnanti, e soprattutto non si licenziano una volta passata la crisi. La demografia sempre paurosamente calante delle giovani generazioni non ci permettere di gonfiare gli organici: gli insegnanti devono essere selezionati con un occhio severo e lungimirante per quanto riguarda la loro professionalità, evitando assunzioni ope legis e infornate alla rinfusa. Oggi più che mai.

Questa crisi ci cambiera? Se significasse che diventeremo più pragmatici e chiederemo a tutti, prima alle istituzioni e poi a cittadini, imprese, sindacati, di far funzionare le cose invece di disquisire sulla punta dei principi o esibire persuasive retoriche, sarebbe un bel cambiamento.

Maria Prodi ex assessore regionale all’istruzione in Umbria, esperta di politiche scolastiche, insegnante, formatrice, ha pubblicato numerosi articoli su giornali e riviste specializzate ed è autrice del libro “Organico potenziato”, giallo di ambientazione scolastica . Ha svolto per alcuni anni la sua attività presso il dipartimento Istruzione della Provincia di Trento e presso il Miur.

La scuola di carta

La scuola di carta fatta di libri, quaderni, dizionari, cartelloni è chiusa.

Un mese fa i nostalgici presenzialisti (se così possiamo nominare gli irriducibili della didattica in presenza e solo in presenza), difensori della scuola di carta, e dall’altra parte gli innovatori digitali hanno incrociato le armi dialettiche come se il futuro della scuola italiana dipendesse dalle loro contese pedagogiche. La scuola di carta che resisteva da anni a ogni tentativo di assalto, asserragliata nella difesa inerziale e quindi abbastanza comoda dello status quo ha esibito commuoventi nostalgie di aule e studenti, quegli stessi spesso meno amati in presenza…. I digitali ideologici che da tanto si battono per classi capovolte hanno visto la scuola di carta andare a gambe all’aria senza che neanche la necessità di darle uno scossone.

Nella realtà poi si è visto che tutto dipendeva dall’andamento del virus e che qualunque fosse la posizione ideologica sulla didattica a distanza bisognava comunque darsi da fare. Così anche i più accaniti detrattori, aiutati dai provvidi animatori digitali o da colleghi esperti, sono finiti a fare lezione online. Da più di un mese ormai la scuola opera in modalità a distanza. E i libri sono ancora aperti sui tavoli di cucina o nelle camerette a testimoniare che anche il libro è una forma primaria di didattica a distanza.

Adesso la lentissima progressione verso una riduzione del contagio apre discussioni non solo sulla emergenziale conclusione dell’anno scolastico, ma anche sulla ripresa del prossimo anno a settembre.

Come dice il detto popolare “si fa’ di necessità virtù”. Ma perché virtù sia, e non una pezza messa alla meglio sopra il buco, bisogna ragionarci, imparare, attrezzarsi.

Come cambierà la scuola prossimamente, finché il contenimento della diffuzione del virus ci obbligherà alla rarefazione fisica e al distanziamento dei contatti? E cosa lascerà questa forzata esperienza nelle nostre prassi didattiche a contagio ultimato?

Innanzitutto dobbiamo capire come funziona la didattica a distanza dalla parte degli studenti, cosa sta succedendo davvero nelle stanze, cucine, salotti dove i nostri ragazzi lavorano. Come si apprende, cosa si impara, cosa si capisce dall’altra parte degli schermi dove vediamo apparire e sparire le facce delocalizzate e sbiadite dei nostri ragazzi, quando le vediamo.

Rispettando la privatezza di contesti e scelte familiari bisognerebbe che ogni consiglio di classe, ogni scuola raccogliesse dai ragazzi dati sulle loro disponibilità di computer e di giga. Sulle modalità concrete, materiali di partecipazione alle lezioni. Dobbiamo sapere quanti ragazzi in ogni classe stanno davanti a uno schermo decente e quanti stanno davanti a un cellulare. Alcune lezioni prevedono utilizzo di tabelle, grafici, lavagnate di simboli o di schemi che certamente non sono visibili su uno schermo da telefonino. Dobbiamo saperlo perché non possiamo non partire dalla realtà. Per provare a migliorarla.

Qualche proposta:

La provincia di Trento finanzia attraverso il Fuis attività progettuali delle scuole che richiedano impegni degli insegnanti ulteriori rispetto alle ore previste nei contratti (40+70 annue) per il miglioramento delle didattiche. Chiaramente quest’anno sono saltati progetti, gite, sportelli e tutte le attività integrative a partire da Marzo. Quindi molte risorse Fuis assegnate alle scuole non sarebbero utilizzate per gli scopi previsti. Perché non mettere a disposizione subito delle scuole risorse da spendere per acquisto di computer da cedere in comodato agli studenti che non dispongono di un computer proprio? Magari con la possibilità di riscattarli, esattamente come si fa con i libri di testo, prevedendo anche pagamenti dilazionati nel tempo?

Ci sono da parte di alcune famiglie remore educative nel consegnare a bambini o ragazzi ancora immaturi computer personali? Sono comprensibili. Ma, assieme alle scuole, si potrebbero aiutare i genitori ad una supervisione consapevole dei tempi e delle modalità di uso dei computer. I progetti contro il bullismo online e i rischi da circolazione in rete fatti da molte scuole del primo ciclo sono molto efficaci e coinvolgere i genitori diventa comunque indispensabile. Come si accompagna un bambino per strada si deve accompagnarlo in rete. Tenuto conto che comunque se usano un cellulare in rete ci sono già, e spesso senza alcun contenimento o controllo adulto.

La diversità di età e di tipo di utenza impone che ciascuna scuola trovi la propria strada per operare, e le strategie più opportune per costruire ponti immateriali per l’ educazione in presenza virtuale.

Pensiamo anche agli insegnanti, abituati a essere l’unica categoria di lavoratori pubblici a non avere rimborsi kilometrici, cellulare e computer aziendale, che si stanno barcamenando con il loro mezzi e attingendo a diversi canali formali e informali per reinventarsi modalità comunicative e interattive a distanza. Lavorando con i propri contratti di accesso alla rete, i propri computer, e in Provincia di Trento neppure i 500 euro di bonus per gli acquisti di libri e devices necessari al lavoro. Sarebbe finalmente il caso di dedicare risorse alla professionalità dei docenti, e sostenere l’impegno del passaggio al digitale almeno con un contributo per le spese tecnologiche.

Queste solo solo alcune delle condizioni necessarie, ma non sufficienti, per gli impegni che ci aspettano in chiusura di anno scolastico, e per rendere possibile il rientro. Ma vanno affrontate subito.

Pubblicato su L’Adige